Alla scoperta dei Mestieri del Cinema #2

Dicembre 14, 2025
[riprendiamo qui la seconda parte dell'intervista a Julien Panzarasa. La prima parte è reperibile qui]

Quando sei stato ospite all’Ennesimo Film Festival hai citato ai ragazzi del pubblico anche il finale di “Napoli-New York” come significativo esempio di collaborazione attiva tra montatore e regista. Vuoi raccontarlo anche ai nostri lettori?
Certamente. In quel caso avevamo una sfida che avrebbe deciso – in un finale estremamente favolistico, non realistico – se i due bambini protagonisti sarebbero stati adottati oppure no. La volontà di entrambi è quella di diventare un domani marito e moglie. Loro hanno già superato l'infanzia e l'adolescenza, nonostante l'età sono già grandi e l'idea di vivere come fratello e sorella per loro è impensabile. La sfida a carte è allora la sfida di due piccoli adulti che stanno scrivendo il loro futuro e non se lo fanno scrivere da nessuno, nemmeno dalle persone generose che li hanno aiutati e che intendono adottarli perché vogliono il loro bene.

Ora, il problema è che spesso quando si scrivono o si girano le scene si hanno certe sensazioni che quando vengono assemblate visivamente svaniscono. Questo finale era emozionante ma sentivamo, sia io che Gabriele (Salvatores), che quello che leggevamo ci suscitava determinate sensazioni mentre quando lo vedevamo c'era qualcosa che non tornava, l'emozione era più di testa che di pancia: sapevamo che era un bel finale, sapevamo che i nodi erano venuti al pettine e che il cerchio si era chiuso, però non era soddisfacente come pensavamo che dovesse essere. Allora ci siamo detti che il problema era che la rivelazione del fatto che Carmine volesse sposare Celestina arrivava in un momento non giusto del film, cioè arrivava troppo presto rispetto al finale e passava come un'informazione tra le tante. In realtà è molto importante e avrebbe dovuto risultare molto più emozionante. Allora abbiamo costruito le aspettative della partita non prima ma durante la partita stessa: abbiamo preso il momento in cui il protagonista rivela a Celestina che la vorrà sposare e lo abbiamo semplicemente infilato all'interno della partita. Così, improvvisamente, quella partita emoziona lo spettatore. Abbiamo provato ad incastrare quel pezzetto di scena ovunque, ma funzionava solo se messo un attimo prima della fine del film. Queste sono cose che si possono fare solo se il rapporto tra il regista e il montatore è estremamente potente. Il regista è molto legato a quello che ha girato o scritto e fa fatica a scardinare certe strutture e ricostruirle in un'altra forma perché ha passato magari anni a pensare a quella scena in un determinato modo, mentre il montatore che ha l'occhio vergine la vede e capisce che non funziona, oppure che funzionerebbe meglio cambiando qualcosa. In quel caso ci siamo guardati e ci siamo proprio chiesti insieme quale fosse il problema e insieme abbiamo trovato una soluzione. Questo è possibile solo se il grado di fiducia è altissimo. Io non mi prendo il merito della scelta, mi prendo il merito di aver aiutato Gabriele a comprendere che lì si poteva fare qualcosa in più e quel qualcosa in più è proprio il mio mestiere.

 

Quando si parla di “autori” ci si riferisce sempre ai registi. Secondo te anche un montatore può avere una propria cifra distintiva, uno stile autoriale?
Assolutamente sì. Il punto è che è meno visibile, ma ogni montatore ha una certa cifra, che passa anche dalle scelte musicali. Riconoscere un direttore della fotografia è più facile; riconoscere un montatore è più complicato perché il suo lavoro è “sommerso” e se non si conosce il girato, se non si sa da dove sia partito, è difficile comprendere cosa c’è dietro certe scelte di montaggio. Io riconosco il lavoro di altri montatori italiani semplicemente vedendo un film, anche perché ogni montatore ha i suoi trucchi, utilizza delle accortezze che ritornano nei vari film che monta. Montare un film è molto più personale e soggettivo di quanto sembri. Ad esempio, io che sono estremamente iperattivo e ho una soglia dell'attenzione molto bassa, sono un montatore molto “ritmato”: i film che monto io hanno pochi momenti di pausa, c'è sempre qualcosa che richiama l’attenzione. Io devo montare un film secondo il mio carattere, poi è chiaro che devo entrare nel film e devo fare il bene del film, però in un film che monto io ci saranno sicuramente delle scene mescolate l'una con l'altra, ci saranno sicuramente delle ellissi, ci sarà tanta musica, perché mi piace usarla e a livello sonoro utilizzo tutto ciò che mi viene in mente per riempire il fotogramma. Quindi possiamo dire che la mia cifra è tenere alta l'attenzione in un modo estremamente caotico, “rumoroso” direi. Altri montatori invece sono più contenuti, più compassati. C’è anche, comunque, un fattore relativo all’età: mi auguro che a 55 anni non monterò come monto adesso. Però questo è il percorso di tutte le persone che cambiano nel proprio lavoro.

Vorrei virare un momento sull'aspetto più didattico, sempre nell’ottica di dare suggerimenti concreti e stimoli ai ragazzi delle nostre scuole: come sei arrivato a fare il montatore? Come ti sei appassionato al montaggio, come hai capito che poteva essere un lavoro e quindi cosa hai fatto per realizzare questo progetto?
Mi sono appassionato al montaggio molto presto, verso gli 11-12 anni. Io sono figlio unico, all’epoca vivevamo in campagna quindi spesso e volentieri ero da solo e dovevo inventarmi cose da fare. Un giorno mio padre ha comprato la classica telecamerina da vacanza e mi ha detto: “Vai, riprendi delle cose e poi scegliamo insieme i pezzi che hai girato”. Dopo montavamo in una forma estremamente arcaica, selezionavamo le cose che avevo girato. Da lì il passo ai cortometraggi è stato abbastanza breve e mi sono reso conto che non mi piaceva tanto girarli: mi piaceva la parte successiva. Era il periodo in cui i computer entravano dentro le case: c'erano i primi programmi di montaggio per amatori (Pinnacle Studio, Moviemaker) e anche io a 12-13 anni potevo montare al computer. Io sono dell'88, quindi stiamo parlando della fine anni ’90 – inizio anni Duemila. Tutto questo è rimasto un gioco fino alla fine del liceo: non avevo particolari velleità sulla mia eventuale carriera cinematografica, anzi avendo io una passione per l'architettura mi sono iscritto ad architettura. Poi, come spesso succede quando ci si trasferisce nelle città grandi, ho conosciuto persone che tentavano di fare cinema. Allora mi sono accorto che quell’hobby, quella passione, era qualcosa di più di un semplice passatempo e ho iniziato a crederci: ho abbandonato l'architettura, mi sono iscritto al Dams, poi ho tentato di entrare al Centro Sperimentale, mi hanno preso e da lì è stato abbastanza semplice, perché la scuola di cinema è una bellissima piazza per trovare lavoro. Già dopo il primo anno lavoravo. Ho fatto l'assistente del montatore di Salvatores, poi alcuni miei amici del Centro sono riusciti a girare il loro primo film e io l’ho montato. Da lì è andato tutto in crescendo. È una storia relativamente semplice. Tutto è cominciato perché ero figlio unico in campagna e mi annoiavo abbastanza. Si torna al discorso di prima: la noia di quegli anni è il motivo per cui sono diventato un montatore estremamente ritmato, che non deve mai annoiare. I montatori devono accettare la propria personalità e la devono indirizzare, canalizzare per il bene del film. Il carattere conta molto, anche in un mestiere che sembra più tecnico che artistico.

Quali consigli daresti a dei ragazzi che si sono appassionati al montaggio e vorrebbero fare i montatori a livello professionale?
Dipende dall’età dei miei interlocutori. Nel mio caso l'idea che potesse diventare un lavoro è arrivata molto tardi. Direi che nell’età delle scuole medie l'unica cosa da fare è riempirsi completamente la giornata di quello, passare il tempo a girare cortometraggi, a girare qualunque cosa possibile, tentare, tentare, fare prove, divertirsi. Non credo che cose di questo tipo vadano pensate come un lavoro. Poi se un ragazzo o una ragazza sa che quella passione se la vuole portare avanti per tutta la vita, ben venga. Però intanto, più che pensare a farlo diventare un lavoro, si deve pensare a fare in modo che sia la cosa più divertente al mondo. Poi piano piano diventerà eventualmente anche una cosa serissima. Perché all'inizio può succedere che si girino dei cortometraggi e nessuno capisce perché tu sia così serio mentre gli altri non lo sono, ma quello è proprio il punto delle passioni. La differenza è l'intensità con cui uno vive un eventuale divertimento rispetto a chi crede che quel divertimento non sia soltanto tale, ma proprio un percorso di vita. Sicuramente la città dove si vive influisce ma sono comunque convinto che in qualche modo sarei arrivato allo stesso risultato anche se non fossi cresciuto vicino a Roma, magari avrei faticato di più, avrei dovuto fare più lavori. Tuttavia, oggi il cinema si è particolarmente diversificato ed è pieno di produzioni che si trovano in tutta l'Italia. Credo che sia più accessibile. Fare cinema non è mai facile ma mi sembra che oggi ci siano molte più opportunità. L’importante è anche accettare il fatto che non si può iniziare subito con un grande film o sui grandi set: io ho iniziato con delle cose inenarrabili, terribili, terrificanti! Poi a un certo punto, incredibilmente, dall'oggi al domani, da che eri lì a fare dei video per i matrimoni e delle piccole pubblicità per la carta igienica, ti ritrovi improvvisamente dentro un set. È questo l’aspetto affascinante del cinema: il tempo, i legami che si creano, gli incastri. Se sei bravo qualcosa arriva, indipendentemente (e qui vorrei sfatare questo mito) dal nepotismo o dall’essere di famiglia attiva nel settore. Il bello del cinema è che lo si può raggiungere per mille vie: c'è chi ci è arrivato passando per la pubblicità a Milano, chi con le piccole produzioni regionali, chi facendo videoclip…

Quindi il percorso accademico secondo te non è fondamentale? Conta di più fare le cose, entrare negli ambienti giusti, sperimentare?
Esatto. Non posso negare che frequentare il Centro Sperimentale mi abbia aiutato, ma perché il Centro è un polo attrattivo e quindi viverlo con la giusta attitudine ti dà una piccola marcia in più. Lì gravitano persone che lavorano nel mondo del cinema ed è più facile incontrarle e chiedere loro se c'è qualcosa da fare. Però non tutti quelli che fanno cinema sono passati per il centro sperimentale e non bisogna credere che chi si è diplomato lì sia più bravo degli altri, anzi: il cinema è molto bello perché è meritocratico: entrare nel mondo del cinema non è complicato, rimanerci è un altro discorso e qui si vedono le capacità di ognuno.


Out of the wild

La negoziazione visiva tra finzione ed estetica documentaristica

Esiste una forma di protesta che rifiuta il confronto diretto per abbracciare un dissenso più radicale: il ritiro totale dalle premesse della società. Questa non è solo una scelta di vita, ma una manifestazione estrema di protesta ecologica e anti-capitalista. La scelta di voltare le spalle al consumismo ha la sua radice filosofica in figure come Henry David Thoreau, considerato il precursore dell'ambientalismo e della nonviolenza, il cui saggio "Walden" ha tracciato il solco per ogni narrazione successiva. Questo rifiuto non convenzionale è tornato al centro del dibattito mediatico e della narrazione cinematografica, ponendo una domanda cruciale: la vera ribellione può avvenire in isolamento, o è destinata a richiedere un compromesso con il mondo da cui si fugge? Il caso della famiglia abruzzese, balzata alle cronache per la sua vita auto-sufficiente nei boschi per protesta ecologica, offre una narrazione di profonda risonanza cinematografica che si colloca tra la finzione utopica e l'estetica documentaristica.

Captain Fantastic, è un film del 2016 diretto da Matt Ross e interpretato da Viggo Mortensen, nei panni di Ben Cash. La famiglia Cash vive sperduta nei boschi, praticando la sopravvivenza, l'autonomia energetica e alimentare, e un rigoroso curriculum di filosofia e scienze, in aperta opposizione all'abbrutimento capitalistico della società. Il regista fa ampio uso di colori saturi e luce naturale nelle sequenze in natura per simboleggiare l'integrità e la vitalità del ritiro. Il film non celebra l'isolamento acriticamente: quando la famiglia si scontra con il mondo esterno, l'illuminazione artificiale e le inquadrature rigide (simboli della civiltà) rendono l'ambiente ostile e grottesco, sottolineando il trauma della civiltà. La morale del lungometraggio è quella di un necessario compromesso. Ben si rende conto che, se vuole che i suoi figli sopravvivano, deve insegnare loro a decifrare e a vivere anche nel mondo che vuole respingere.

Questa dicotomia tra ideale e necessità è la spina dorsale della narrazione cinematografica sul ritiro. Into the Wild (2007) — tratto dalla storia vera di Christopher McCandless — ne è il tragico contraltare. Il regista Sean Penn esalta l'epicità del viaggio di McCandless con uno stile lirico e un montaggio epico (spesso supportato da musica non diegetica) che porta però inesorabilmente alla morte in completo isolamento. Il finale funge da avvertimento: l'isolamento assoluto conduce all'annientamento. Altri film, come Witness - Il Testimone (1985), spostano il focus dall'isolamento scelto a quello minacciato: lì, il conflitto nasce dalla necessità di proteggere la comunità Amish dall'invasione violenta del mondo esterno. Questo conferma che il confronto con il sistema, sia esso interno (la sopravvivenza) o esterno (la violenza sociale), è inevitabile.

La narrazione del ritiro, sia essa filtrata dalla cronaca o dalla finzione, evidenzia un messaggio cruciale: tutti questi personaggi, pur nella loro fortissima spinta verso l’anticonvenzionale, non possono ignorare il confine tra sé e la società. Il loro gesto estremo è frutto di una consapevolezza ambientale che è giusto che tutti abbiano.

Una consapevolezza che, nel nostro piccolo, anche noi di Ennesimo Academy desideriamo trasmettere. Attraverso il corso formativo “La forma dell’acqua”, abbiamo voluto sensibilizzare i ragazzi delle medie sul tema dell’inquinamento da plastica e sulla conservazione del nostro bene più prezioso, in questi 10 anni di attività gli studenti hanno ideato e viste realizzate campagne pubblicitarie, spot tv, tote bag e tanti altri contenuti per tradurre la loro coscienza in azione visiva e collettiva.

 

Produzioni La Forma dell’Acqua 2024


Dalla catena di montaggio alla Piazza

Il ritorno della protesta e l'analisi di Petri

Protesta: espressione, manifestazione, dichiarazione energica e ferma della propria opposizione o disapprovazione [Enciclopedia Treccani].

La parola protesta suonava arcaica fino a pochi anni fa, quando l'opinione comune definiva gli italiani come "mal disposti alla pubblica contestazione". Si leggeva sovente in editoriali rinomati che l’Italia avesse "perso la capacità di indignarsi". Oggi, la situazione è ribaltata. Le manifestazioni in sostegno del popolo palestinese hanno visto milioni di persone scendere in piazza per rimarcare dissenso verso quello che l'Independent International Commission of Inquiry on the Occupied Palestinian Territory ha definito «genocidio». Dai cortei ambientalisti dei Fridays for Future alle mobilitazioni contro i provvedimenti del Governo, la «scintilla della ribellione» — citando Star Wars — si è riaccesa con forza. Addirittura, Amnesty International Italia ha promosso campagne dai titoli evocativi quali “Proteggo la protesta” per difendere il diritto di manifestare pacificamente.

In questo contesto di crescente insoddisfazione popolare, l'arte cinematografica è il luogo ideale per analizzare le radici storiche di questi sollevamenti. Partiamo da una sottocategoria semantica cruciale: lo sciopero. Per comprendere a fondo questo fenomeno, ci concentriamo su un film che è un vero e proprio monumento: “La Classe Operaia va in Paradiso” (1971). L'opera di Elio Petri non si limita a raccontare la protesta operaia, ma ne evidenzia la parabola malinconica, seguendo l'evoluzione personale e psicologica del protagonista che incarna la crisi dell'ideale rivoluzionario. Il protagonista, Lulù Massa (interpretato da un immenso Gian Maria Volontè), è un operaio stakanovista ossessionato dalla produttività. La sua dedizione al lavoro a cottimo lo rende utile ai capi ma inviso ai colleghi, in una vita personale fatta di rituali e isolamento.

Nei primi segmenti, Petri costruisce lunghe sequenze in fabbrica con un montaggio ossessivo che replica il ritmo della catena. Le inquadrature sui gesti ripetuti e il rumore dei macchinari trasformano Lulù in un ingranaggio umano, enfatizzando l'alienazione. Vengono costantemente mostrati gli effetti fisici del lavoro (intossicazioni, malattie dei colleghi) per marcare la distanza fra la retorica dei capi e la dura realtà operaia. Il punto di svolta narrativo è un incidente sul lavoro, quando Lulù perde un dito. Un fatto che segna la rottura della sua illusione di controllo. La perdita fisica si traduce in una frattura psicologica: l’operaio comincia a interrogarsi sul senso di ciò che ha fatto per anni e percepisce di essere stato un mero strumento.

 

Entrando in contatto con correnti operaie più radicali, arriva a reclamare una fiammante coscienza di classe attraverso la protesta operaia. Dopo il licenziamento di Lulù, i sindacati ottengono la sua reintegrazione nel precedente impiego. Eppure, questa vittoria è parziale: l'operaio è di nuovo in catena e la sua rivoluzione personale sembra tradita, riassorbito dalla macchina produttiva. L'epilogo, di natura quasi verghiana, è interrotto da un attimo di follia messianica, in cui Lulù parla di una «parete da abbattere» oltre cui si trova il paradiso. La chiusa drammatica dell’opera di Petri è un tacito messaggio: gli intenti rivoluzionari di Lulù si scontreranno sempre con le imposizioni del sistema. Un'eccellente interpretazione della protesta e del fallimento della ribellione.

 

I giovani (e non solo) che hanno riempito le strade italiane negli scorsi mesi hanno rielaborato le pratiche de “La classe operaia va in paradiso” e il pensiero di Petri. La protesta è stata attualizzata, poiché diversi sono il contesto e il fine ultimo. Lulù lottava per un avvenire migliore per sé e i suoi compagni di fabbrica; i cortei odierni, tra le più significative proteste degli ultimi anni, sono un atto di solidarietà internazionale. Non un interesse personale, non per i loro vicini di casa, nemmeno per la Nazione a cui appartengono, ma per persone che vivono dall’altra parte del pianeta, per l’umanità tutta. Il Cinema, nei prossimi decenni, non potrà che giovare della spinta ribelle delle giovani generazioni. Ricordiamolo: la settima arte è una forma d’espressione autentica, che saprà traslare questi nuovi sentimenti comuni nell’audiovisivo.


Una tragedia, due punti di vista

Novembre 15, 2025

Il Cinema di denuncia sociale all’interno del conflitto israelo-palestinese

Fin da Furore di John Ford, La sfida di Francesco Rosi o Accattone di Pier Paolo Pasolini, la settima arte ha messo da parte gli intenti documentaristici con cui è sorta per lasciare spazio alla denuncia sociale. Da finestra attraverso la quale osservare la realtà, spesso esente da giudizio critico, l’inquadratura è diventata cassa di risonanza delle ingiustizie, dei soprusi, delle prevaricazioni. E se le grida d’aiuto oggi sono quotidiane tra reel e TikTok (comunque mediante l’audiovisivo), l’arte cinematografica riesce ancora a simboleggiare una tagliente lama di contestazione civile.

Negli ultimi due anni, a partire da una precisa data autunnale, il conflitto israelo-palestinese s’è trasformato in argomento di pubblico dibattito: caterve di commenti dati da opinionisti nati dalla parte opposta del mappamondo ma, anche, prodotti di denuncia sociale germogliati in loco. La guerra è sovente ridotta a numeri e dati. Il linguaggio cinematografico trasforma questi numeri in nomi e cognomi, assumono i contorni di persone in carne ed ossa.

La voce di Hind Rajab è un film scritto e diretto da Kawthar ibn Haniyya, regista tunisina, che racconta le ultime ore di Hind Rajab, una bambina palestinese uccisa dall’esercito israeliano assieme a sei familiari e due paramedici della Mezzaluna Rossa nel corso dell’invasione di Israele della Striscia di Gaza. Vincitore del Leone d’argento - Gran premio della giuria a Venezia e prodotto - a riprese finite, ad onor del vero - anche da una cordata di attori hollywoodiani, si tratta di un esperimento cinematografico.  La voce che ascoltiamo per un’ora dall’altra parte della cornetta è quella della vera Hind Rajab. È la registrazione telefonica di quel 29 gennaio 2024 tra Hind, intrappolata in macchina dopo lo sterminio della sua famiglia, e il centralino della Mezzaluna Rossa. E le risposte che le vengono date, pure, partono dalle risposte originali: «Concentrati, ma chérie», le viene sussurrato sussurrato.

Gli attori che interpretano Rana, Nisrin, 'Umar e Mahdi al-Jamal - operatori della Mezzaluna - sono, scelta consapevole da parte della regista, palestinesi. «È come nel teatro di Bertolt Brecht, dove l’interprete riflette sulla sua scena, dove gli attori si confrontano sul momento che stanno rappresentando» - spiega la cineasta Kawthar ibn Haniyya in un’intervista per Prime Video. Il film di Kawthar ibn Haniyya non si limita a raccontare un dramma, utilizza piuttosto la forma cinematografica per interrogarsi sull'atto del testimoniare. La scelta di utilizzare l'audio originale come base narrativa non è solo documentaristica, quanto una potente scelta registica di deprivazione visiva che mette al centro un altro grande protagonista del racconto audiovisivo: l’audio. Il suono è protagonista nella sua azione documentaristica: la fedeltà e l'oppressione del sound design (gli spari, il rumore del carro armato, il silenzio rotto dal pianto) sono la tecnica dominante. Il montaggio sonoro agisce come un costante allarme, trasformando il centralino in un bunker emotivo sotto assedio. L’azione è confinata al centralino della Mezzaluna Rossa e la regista massimizza l'impatto emotivo attraverso il visibile che circonda l'invisibile (la bambina). La descrizione di un locale trasparente suggerisce una messa in scena che enfatizza l'impossibilità di nascondere le emozioni.  L'uso frequente di primi piani e dettagli sui volti e le mani degli operatori è essenziale. Queste inquadrature isolano le espressioni, rendendo l'angoscia della voce udita la loro unica realtà fisica, un ponte tra l'orecchio e l’occhio dello spettatore. L'assenza di Hind e della situazione esterna è il vero motore della tensione. È il "fuori campo" (ciò che non si vede, ma si sente o si immagina) a caricare il film di terrore. Questo è un richiamo potente all'horror o al thriller psicologico, dove la minaccia implicita è spesso più spaventosa di quella esplicita.

Dall’altro lato, quel fatal giorno: il 7 ottobre 2023. The Children of October 7th è un documentario di Paramount+ nel quale l’attivista e influencer Montana Tucker intervista alcuni bambini (dagli undici ai diciassette anni) sopravvissuti alla strage.

L’opera è un report pragmatico e crudo degli accadimenti di quel giorno: le minuziose descrizioni dei superstiti intrecciate a immagini di repertorio e alle dirette Instagram dei terroristi di Ḥamās. Calci, spari, sangue. Molti dei protagonisti hanno raccontato di essere stati fatti prigionieri, di aver assistito alla morte dei genitori, dei fratelli e delle sorelle, di essersi nascosti sotto i loro cadaveri e di aver visto le proprie case invase dai terroristi. I giovani israeliani sono stati fortemente colpiti dall’attacco di Hamas: dei 1.200 israeliani uccisi, 37 erano appena nati, tra quelli sopravvissuti almeno 100 hanno perso un genitore e più di 35 sono stati rapiti e portati a Gaza; in centinaia sono stati feriti e migliaia sfollati dalle loro case.

Tra i due film ci sono varie differenze, visive e concettuali. Le tecniche di intervista della Tucker, seppur accompagnate da documenti visivi impattanti, falliscono nell'intento di trasmettere empatia. The Children of October 7th adotta la prossimità emotiva e la mediatizzazione social (Montana Tucker è infatti influencer, nel lungometraggio vengono utilizzati video di repertorio da Instagram e da altri social network). Questo stile risulta però meno efficace nel raggiungere il cuore dello spettatore, poiché si basa sulla saturazione visiva: e le testimonianze dirette rischiano l'effetto "troppo vicino" tipico dei reportage televisivi, che sovente innescano un meccanismo di difesa nello spettatore. Restando perennemente a metà fra un racconto social e un’inchiesta giornalistica quando, invece, la forza del film di Kawthar ibn Haniyya sta proprio nell’immedesimazione dello spettatore.

Altro elemento di dissomiglianza è l’impatto visivo. In The Children of October 7th i bambini assomigliano allo standard di moda e di comportamento occidentale, li possiamo sentire simili, vicini. Ne La voce di Hind Rajab, al contrario, non avendo mai visto la fisicità di Hind è il pubblico a immaginarsela, soltanto grazie alla sua voce impaurita.  La forza della pellicola La voce di Hind Rajab sta nel dimostrare che il Cinema di denuncia può raggiungere la massima forza non attraverso la riproduzione diretta della violenza, ma attraverso la evocazione cosciente, trasformando una registrazione audio in una potente opera d'arte cinematografica.


Donne e scienza

Riscrivere l’attivismo con la forza delle immagini

Il contributo femminile alla scienza e all'attivismo ambientale è inestimabile. Facciamo un gioco: se vi chiediamo di pensare al più conosciuto attivista per l’ambiente del XXI secolo, a chi pensate? Scommettiamo che nella vostra mente è arrivata l’immagine della giovanissima Greta Thunberg? Ma quante pioniere come lei sono state dimenticate? Ammettiamolo, le storie delle scienziate restano spesso sottorappresentate. È qui che il Cinema e la Narrazione Visiva possono intervenire con forza, trasformando le biografie in modelli accessibili a tutti. In questo articolo, in onore della recente scomparsa di Jane Goodall, ripercorriamo la sua storia e quella di altre colleghe la cui eredità è stata cruciale per l'evoluzione del racconto audiovisivo e dell'attivismo.

 

 

Partiamo da principio: se parliamo di donne e scienza l'icona fondativa può essere considerata, senza alcun dubbio, Marie Curie. Doppio Premio Nobel e pioniera assoluta della radioattività, la sua vicenda incarna la discriminazione storica. Nel 1903, il Premio Nobel per la Fisica le fu conferito solo grazie all'insistenza del marito, Pierre, che si rifiutò di accettare il riconoscimento senza di lei. Nonostante l'eccellenza scientifica che la portò al secondo Nobel in solitaria nel 1911, la sua figura è rimasta spesso confinata alla sfera accademica e al modello del martirio intellettuale. Solo di recente infatti sono stati prodotti dei film che raccontano la sua storia: Radioactive, 2019 e Marie Curie: The Courage of Knowledge, 2016.  A differenza delle sue successive eredi, l'impatto della sua storia non è stato amplificato dai media come leva per l'attivismo sociale. Il suo esempio, però, pone la base per capire quanto è stato necessario evolvere il legame tra scienza, immagine e attivismo.

 

 

   

Scomparsa l'1 ottobre di quest’anno all'età di 91 anni, Jane Goodall ha trasformato l'osservazione scientifica in un atto di pura empatia. La sua decisione di nominare gli scimpanzé invece di catalogarli con codici alfanumerici (come fece con David Greybeard) fu un atto rivoluzionario che il mondo accademico inizialmente respinse, ma che la narrazione cinematografica ha subito abbracciato. La sua figura è talmente imponente che è diventata un simbolo pop: grandi marchi (Mattel, Lego), episodi dei Simpson e, soprattutto, raccontata da numerosi documentari come "Jane" (2017) e "Jane: The Hope" (2020). La sua presenza costante nei media dimostra come il successo di una scienziata e attivista sia oggi inseparabile dalla sua capacità di essere raccontata e tradotta in immagini accessibili al grande pubblico.

   

Mentre Goodall ha usato l'empatia per riscrivere la scienza, la storia di un'altra primatologa, Dian Fossey, è l'esempio più drammatico del potere del cinema nel cristallizzare un'eredità. Primatologa che documentò i gorilla del Congo, Fossey portò l'attivismo a un livello radicale, fino al suo tragico omicidio per mano dei bracconieri. La sua vita fu immediatamente trasformata in cinema mainstream con il film Gorilla nella nebbia (interpretato da Sigourney Weaver). Questa trasposizione hollywoodiana, pur romanzata, garantisce un impatto globale al suo lavoro e al dramma dei gorilla, dimostrando come la struttura narrativa del dramma (il sacrificio dell'eroe) possa essere una potentissima leva per la conservazione ambientale.

 

Esiste però un'altra eroina scientifica la cui vita non ha goduto della stessa risonanza mediatica: Joan Procter, la Dottoressa dei Draghi. Zoologa di fine '800, ha dedicato la vita all'erpetologia, distinguendosi come prima curatrice dell’area rettili nello Zoo di Londra, e portando alla luce la conoscenza dei draghi di Komodo.  Il suo caso evidenzia il problema della sottorappresentazione femminile nella storia della scienza.

A proposito di Joan Procter ci piace ricordare qui uno corsi di narrazione visiva promosso da Ennesimo Academy grazie ai progetti nelle scuole. Grazie alla collaborazione con Non da Sola e CEAS e guidati dall’illustratrice Daniela Berti, Ennesimo Academy ha realizzato un laboratorio di fumetto, trasformando la storia della scienziata Joan Procter in una fanzine realizzata dagli studenti dell’IC Spallanzani e Boiardo di Scandiano. I partecipanti al progetto infatti, hanno potuto ragionare in modo critico sulla sottorappresentazione femminile, dando forma visiva e creativa a concetti altrimenti astratti e concludendo il percorso in un'azione critica.

Le storie di Goodall, Fossey e Procter non sono semplici biografie; sono la prova che l'impatto sociale di una scienziata dipende oggi in modo cruciale da quanto e come la sua storia viene narrata. Di fronte al dato che solo il 38% dei laureati STEM è donna, raccontare queste figure non si tratta solo di celebrazione, ma di un atto militante di rappresentazione. Utilizzando gli strumenti dell'audiovisivo e della creatività, possiamo correggere una disparità storica e fornire alle scienziate del domani i modelli visivi che per troppo tempo sono mancati.


Alla scoperta dei Mestieri del Cinema – #1

Julien Panzarasa - movie editor

Tra gli obiettivi di Ennesimo Academy quello di introdurre ai Mestieri del Cinema è sempre stato centrale. L'opera cinematografica è un atto corale, lo diciamo sempre entrando in classe, andiamo quindi a scoprire oggi il ruolo del montatore, l'artista invisibile che dà ritmo e significato alle immagini. Per questa edizione della nostra newsletter, abbiamo intervistato Julien Panzarasa.

 

Puoi descriverci che cos’è il montaggio e come funziona il lavoro del montatore?
J. P.: Il montatore ha un ruolo nascosto, come “dietro le quinte”, quindi è difficile visualizzarlo fino in fondo. In pratica il lavoro consiste nell’assemblare ciò che viene girato sul set, seguendo più o meno la sceneggiatura, nel senso che si deve raccontare una determinata storia ma si devono prendere delle decisioni su come raccontare quella storia. Quindi al montaggio si sceglie insieme al regista come realizzare il film che è stato scritto e girato: si rivede insieme il materiale (le centinaia di ore di girato, con migliaia di inquadrature) e si decide: Per questa scena usiamo tutte le inquadrature? O ci concentriamo solo su un personaggio e usiamo solo le inquadrature legate a lui? Insomma, si traccia un percorso insieme perché si conosce approssimativamente il punto d’arrivo ma non si sa bene come arrivare lì. Esistono infinite possibilità. Possiamo dire che i bravi montatori sono quelli che trovano la strada giusta. Poi al montaggio – cosa che spesso non si sa – si decide anche quali saranno le musiche del film. O meglio: se c'è un compositore si decide come il compositore dovrà lavorare, in che direzione dovrà operare, quale atmosfera dovrà creare; se invece la scelta musicale ricade su brani già editi, è molto frequente che questa scelta sia fatta al montaggio. Il film si crea proprio lì, al montaggio. C'è un'analogia secondo me molto utile a capire il mio lavoro: a me il montatore ricorda lo scultore.

Lo scultore deve ovviamente conoscere la tecnica, essere tecnicamente ineccepibile. Allo stesso tempo il blocco di pietra impone dei limiti (ad esempio, la grandezza del blocco), che è quello che accade anche al montatore: non può decidere lui qual è il materiale con cui deve lavorare. Quindi c'è una sorta di limite funzionale: questo è ciò che mi viene dato, questo è ciò con cui dovrò lavorare. Posso inventare moltissimo, però ho dei limiti oggettivi rappresentati dal materiale stesso. Nel caso dello scultore è il blocco di pietra, nel caso del montatore è il girato. E montare il film è un po' come scolpire, cioè bisogna, piano piano, scavando, scavando, togliendo, scolpire il film da un blocco informe. Ecco, questa secondo me è l'analogia più precisa, perché spesso si tende a credere che il montatore sia un ruolo specificatamente tecnico, anche per via del nome; in realtà il montatore è anche un ruolo estremamente artistico, tanto quanto uno scultore. Il potere del montatore è giocato sul limite tra la tecnica e la creatività.

Hai parlato del rapporto con il regista: puoi entrare nel dettaglio su come questo dialogo risulti proficuo e su come questa sintonia crei l'arte del film?
J. P.: Il rapporto con il regista è fondamentale. Non intendo per la sua presenza continua e costante, perché ci sono registi che decidono di voler stare tutto il giorno al montaggio con il montatore e altri che invece spiegano quello che cercano, lasciano fare e tornano solamente a lavoro compiuto. Ci si potrebbe chiedere perché il regista non faccia la fotografia dei suoi film, perché non monti semplicemente i film come vuole lui, visto che si tratterebbe solo di imparare ad usare un programma oppure dare in prima persona indicazioni direttamente agli elettricisti su come vuole la luce. Perché queste figure sono così importanti, visto che poi effettivamente decide il regista ogni volta? Il punto è che che il cinema è un atto corale, è un momento collettivo, non è limitato alla triade artista-strumento-opera: il cinema è un'arte industriale che prevede delle tempistiche lunghissime, una serie di fattori esterni che spesso rischiano di portar anche fuori strada rispetto alla visione originale. Soprattutto è impossibile che una persona riesca a competere in tutti i reparti al meglio, quindi c'è bisogno che il regista abbia una sua squadra che prende delle decisioni in merito ai vari reparti. Il regista va visto più come un direttore creativo che come la figura che decide tutto a prescindere: si fida ciecamente dei suoi collaboratori e questa fiducia è fondamentale perché porta loro a poter proporre nel loro campo delle idee nuove. L’apporto del montatore – ma vale anche per tutti gli altri reparti come la scenografia, la direzione della fotografia, i costumi – è quello di elevare il discorso: il regista parte con la sua idea, ma (proprio perché siamo tutti tecnici ma anche creativi) io potrei avere un'intuizione che lui non può avere in quanto nel campo del montaggio non sa quali siano le infinite possibilità e a quel punto, se si fida ed è consapevole di ciò che deve raggiungere, si può percorrere una strada non prevista ma funzionale. La grande difficoltà spesso è capire se il regista chiede una cosa per sé o se la vuole per il bene del film. E a questo servono i collaboratori: a non perdere di vista che si sta facendo un film e che il film stesso può andare al di sopra del regista. Se tutti sappiamo dove dobbiamo arrivare, non è detto che dobbiamo per forza arrivarci secondo l'idea precisa del regista: magari troviamo una strada alternativa che ci porta comunque a realizzare il sogno del suo film, ma prendendo delle strade completamente diverse. Il punto è proprio la fiducia, perché è molto difficile altrimenti poter avere delle proprie idee nei confronti di un'opera che non è tua: non dobbiamo mai dimenticare che il direttore della fotografia, i costumisti, gli scenografi, i montatori collaborano all'interno di un'opera che non  è la loro. Non l'abbiamo scritta noi, non l'abbiamo pensata noi; noi possiamo semplicemente tentare in tutti i modi di farla eccellere il più possibile. Spesso al montaggio si parla tantissimo e si fanno tantissime prove; è come se io mettessi a schermo gli appunti del regista e gli dicessi: “Credo che la scena si potrebbe risolvere in questo modo; magari è all'esatto opposto di quello che pensavi tu, però funziona meglio”. 

All'inizio di Palazzina Laf c'è un brano eurodance degli anni ’90, un brano molto famoso. In quel punto dovevamo rappresentare il personaggio protagonista in poco tempo. Dato che lui non parla ed è un operaio dell'Ilva senza morale, senza alcun attaccamento alla comunità o ai valori popolari degli operai (tanto quanto i padroni), dovevamo raccontare questa sua ignoranza sia di visione sia di moralità. Allo stesso tempo dovevamo anche raccontare il periodo storico e quindi decidiamo che un brano ultrapopolare dance mainstream fosse la scelta musicale più giusta ed eravamo alla ricerca di questo brano. Siamo arrivati alla più famosa Blue degli Eiffel 65 ed eravamo convinti che quella fosse la direzione musicale vincente. Anche a Michele (Riondino) il brano piaceva, sembrava funzionare perché lo riportava esattamente a quel periodo.

Però gli Eiffel 65 non ci davano l'idea di questa poca moralità del personaggio, perché Blue è un brano simpatico, famoso ma niente di più. A quel punto, semplicemente, io gli ho proposto di inserire un altro brano, The Bad Touch dei Bloodhound Gang perché è sempre dello stesso genere musicale ma il testo è estremamente esplicito, estremamente sessualizzato e molto ironico, dove si parla degli uomini come dei mammiferi alla ricerca costante del sesso. Nonostante sia in inglese e qualcuno possa non capire le parole, quel brano funziona di più. Ecco cos’è il montatore: capire cosa voglia il regista e spostare il discorso ancora un po' più in là. Il valore del regista si basa dunque sugli input che dà ai suoi collaboratori per permettere loro di proporgli, con la personalità di ognuno di loro, idee a cui da solo non arriverebbe mai.

 

[La chiacchierata con Julien ci ha dato molti spunti, la seconda parte dell'intervista sarà pubblicata nel prossimo numero della newsletter!]