Il ritmo delle Emozioni

Stefano Cutaia - direttore del doppiaggio

Stefano Cutaia si forma come attore e regista teatrale. Collabora come aiuto regista con diversi registi teatrali e lirici, uno fra tutti Giorgio Belledi.


Parliamo di te. Com'è iniziata la tua storia con il doppiaggio?
Io ho una formazione prevalentemente teatrale, quindi il doppiaggio non era nelle mie prospettive. Poi a Parma aprirono un corso di doppiaggio con Mario Maldesi come insegnante. Io non sapevo chi fosse all’epoca, però i miei genitori me ne parlarono ed è stata la svolta, perché facendo il corso con Mario Maldesi mi sono innamorato di questo mestiere.

Come sei passato dal doppiaggio alla direzione del doppiaggio?
Inizialmente ho doppiato, poi ho provato a mettermi alla prova con alcuni provini. Il tipo di vita che avevo e le mie prospettive, però, mi impedivano di intraprendere quella strada. Per questo motivo non ho fatto il doppiatore. Comunque, avendo io delle competenze da regista teatrale, ho iniziato a fare delle lezioni dove insegnavo doppiaggio e piano piano mi sono sensibilizzato su che indicazioni bisognava dare ai doppiatori per doppiare al meglio. Quindi, mettendo insieme le mie competenze da regista teatrale con questa esigenza di insegnare e di spiegare cosa bisognava fare per raggiungere risultati, praticamente mi stavo identificando come direttore. Per cui un giorno ci siamo proposti al nostro primo cliente, Yamato Video, e loro hanno visto in noi un potenziale, affidandoci uno dei primi lavori in cui è spettato a me il compito della direzione del doppiaggio.

Non è scontato, dunque, il passaggio da doppiatore a direttore.
No, non è per niente scontato. C’è chi è portato ad eseguire, a fare - anche mettendoci del suo in termini di creatività - e c’è chi è portato anche solo a dirigere e non fare; c’è chi è portato a fare entrambe le cose. Dipende dalle attitudini di ognuno.

Qual è in generale il lavoro di direzione che ti porti nel cuore, a cui sei più affezionato?
Sono molto affezionato al lavoro che abbiamo fatto per Yamato Video in Carletto il Principe dei Mostri. Noi abbiamo curato la seconda stagione - chiamiamola così, anche se il termine è scorretto perché in Giappone gli episodi uscirono tutti insieme. In Italia uscì negli anni Ottanta solo una parte degli episodi per motivi di diritti. L’altra parte fu affidata a noi nel 2019. È un lavoro che porto nel cuore perché fu molto divertente e mi permise di avere a che fare con tanti professionisti rinomati nonostante fossimo uno studio di doppiaggio poco conosciuto. Questo mi diede una grande spinta e una grande soddisfazione.

Da direttore, che cos’è per te un buon doppiaggio?
Secondo me un buon doppiaggio è un doppiaggio che “si regge in piedi da solo”. Mi spiego: è un doppiaggio che non è figlio dell’immagine o del doppiaggio originale; è un doppiaggio che potresti ascoltare senza vedere le immagini risultando comunque credibile. È un po’ come se i doppiatori dovessero rifare “da zero” il lavoro. Si sente, in questo caso, che i doppiatori e le doppiatrici sia acusticamente che empaticamente ci stanno mettendo del loro, permettendo al doppiaggio di funzionare anche senza il supporto dell’immagine.

Che ruolo ha secondo te la voce dentro il suono complessivo del film?
Dipende molto dal prodotto. Ci sono prodotti dove il dialogo è fondamentale, mentre in altri regna l’immagine o il resto del sonoro. Pensiamo ad esempio ai film muti che vengono fatti ancora oggi. Bisogna innanzitutto capire l’intento dell’autore originale. Diciamo che nell’ottanta percento dei casi il dialogo la fa da padrone, quindi la voce per me è fondamentale, così come la comprensione di quello che viene detto. Un difetto che riscontro spessissimo dagli anni Duemila in poi è che si dà molto più risalto a livello di volume alla colonna sonora. Capita di ascoltare un film e di dover abbassare il volume quando ci sono
musica e effetti sonori per poi rialzarlo quando arriva un dialogo. Ecco, questo è un errore che non si dovrebbe fare. Bisognerebbe fare in modo che il dialogo, che descrive e che è protagonista, sia in primo piano o, perlomeno, allo stesso livello del resto. Sempre ricordando che la voce è protagonista dove l’opera lo richiede.

C’è una ragione per cui avviene questo tipo di sbilanciamento fra voci e resto della colonna sonora?
Sì, sono ragioni produttive. La tecnologia dell’audio è migliorata tantissimo dagli anni Ottanta in poi e in un qualche modo si è creata un’usanza per cui questi suoni si debbano sentire bene perché sono fatti bene. È come se scoprissi un nuovo giocattolo e iniziassi a giocarci di più. C’è stato un grande investimento nel sound design negli ultimi anni, che si sente nel modo in cui i prodotti suonano. Poi non dimentichiamo l’importanza dell’essere passati da un semplice ascolto stereo al Dolby Surround. Tutto questo ha portato a un impoverimento dell’importanza del dialogo che esce solo da un canale centrale, mentre il resto del film esce da altri canali laterali e retrostanti. Se non si fa un buon lavoro di livellamento, anche andando a rinunciare a un ascolto eccessivamente dettagliato del suono, rendendolo più impastato e più omogeneo, allora si manca l’opportunità di fare un lavoro ideale. È come se
noi vedessimo una versione de La Gioconda in cui Leonardo Da Vinci avesse dipinto con colori più accesi lo sfondo solo perché era bello.

Quali sono i tuoi criteri per trovare il giusto cast di voci?
La premessa è che bisogna scegliere fra professionisti già capaci e affermati. Detto questo, bisogna trovare una voce che corrisponda all’immagine del personaggio, come se quella voce stesse davvero uscendo da quel personaggio. In più ci sono anche delle peculiarità di alcuni professionisti che incidono sulla voce che possono offrire al personaggio, facendolo rendere al meglio. Poi conta molto nella scelta delle voci l’equilibrio che possono avere fra loro in una scena. È come quando si compone un’orchestra: da una parte ho i violini, dall’altra gli ottoni… Devo creare un’armonia, sia a livello sonoro sia a livello interpretativo.

A proposito, se la colonna sonora fosse un’orchestra, la voce che strumento sarebbe?
La voce risalta, stacca un po’. Banalmente, mi viene da dire che se stessimo ascoltando un’opera lirica, la voce sarebbe il cantante (ride). Lo so, non è un paragone molto stimolante, ma così è. La dimensione della musica e della parola sono dimensioni molto diverse. Rimangono separate e distinte, seppur armonizzandosi.

Qual è un film o una serie tv che ti sentiresti di consigliare come esempio fulgido e brillante di doppiaggio?
Sicuramente attingerei al passato. Non perché non ci siano lavori moderni pregevoli, ce ne sono tanti: Game Of Thrones, ad esempio, è fatto molto bene. Però, se devo cercare qualcosa di fulgido come mi chiedi, posso citare a mani basse il lavoro di Qualcuno volò sul nido del cuculo, un lavoro incredibile che richiede un’interpretazione attorale magistrale.

Cosa suggeriresti alle insegnanti e agli insegnanti delle scuole sull’ambito del doppiaggio?
Io credo che il doppiaggio abbia una validissima funzione per far comprendere il ritmo del dialogo e, quindi, della relazione fra le persone. Ogni relazione ha una sorta di ritmo, come quello musicale. Quindi va compreso e il doppiaggio aiuta a comprendere il ritmo emotivo di quello che ci diciamo, a entrare nel senso della risposta, che racchiude sempre un pensiero, un’elaborazione emotiva e mentale. Credo che un insegnante se comprende questo possa usare lo strumento del doppiaggio per far comprendere agli alunni che ogni dialogo ha non solo le parole, ma anche pensieri, emozioni, ritmo. Riguarda le relazioni che abbiamo con gli altri e con quello che ci circonda.