Insieme a Sinomondi per conoscere le tante facce delle culture cinesi

Marzo 11, 2026

Perché avete voluto creare l’Associazione Sinomondi?
Valeria: Sono una docente universitaria, ho studiato la lingua e la cultura cinese e ho vissuto e lavorato in Cina per diversi anni. La mia passione non è alimentata solo dalla civiltà millenaria o dal successo del modello economico cinese. Mi ha sempre affascinato il fatto che parlare di Cina significa parlare di tanti “mondi” che parlano varietà della lingua cinese, ma non una lingua unica, cioè sono “sinofoni”. Gli abitanti di queste comunità condividono elementi culturali e storici con chi vive in Cina, ma molti vivono proprio vicino a noi e spesso sono difficilmente catalogabili semplicemente come “immigrati”. Molti sono nati qui e sono, quindi, “sinodiscendenti”. Altri hanno scelto l’Italia come tanti italiani hanno scelto di vivere e lavorare all’estero. L’Associazione Sinomondi viene a colmare una mancanza nella conoscenza reciproca tra chi ha un interesse per la Cina e i cinesi di ‘casa nostra’. Da quando io studiavo all’università ad oggi la Cina è diventata sempre più presente nelle nostre vite di tutti i giorni: nelle immagini, nella tecnologia, nell’economia, nella ristorazione. Nel nostro paese si fa fatica, però, a scalfire l’elemento “esotico” associato alla cultura cinese. Spesso, le persone di origine cinese che vivono in Italia sono invisibili nel discorso pubblico e lo scambio tra residenti incontra ostacoli.

 

Yan: Come persona cinese residente in Italia, ho sempre avuto la sensazione che la conoscenza del mondo sinofono sia insufficiente. Soprattutto se consideriamo che il ruolo della Cina sulla scena internazionale è diventato sempre più rilevante, la scarsa familiarità che la maggioranza degli italiani ha con questa cultura è davvero squilibrata, sproporzionata. La Cina è grande, e il mondo sinofono è ancora più ampio. La cosiddetta “cultura cinese” non è affatto omogenea: anzi, varia molto da zona a zona, da generazione a generazione e anche in base al contesto sociale. I parametri sono infiniti. L’obiettivo dell’Associazione Sinomondi non è rappresentare “la” Cina. Con le nostre attività miriamo ad offrire tanti punti di vista, a mostrare tanti singoli pezzi che, messi insieme, costruiscono un orizzonte il più variegato possibile. In cinese c’è un modo di dire: guan kui li ce 管窥蠡测. Letteralmente, questo detto significa “osservare il cielo attraverso un tubo e misurare il mare con una conchiglia” ed ha una connotazione negativa, perché critica chi ha una visione limitata. Partendo da qui, ciò che vorremmo realizzare è uscire dalla solita narrativa omologante e offrire storie, o punti di vista, individuali.

 

Perché Bologna? Come s’inserisce la città nelle finalità dell’Associazione Sinomondi?
Yan: Io abito in questa città e amo questa città. Sono venuta a Bologna quando avevo 22 anni. Ormai ho passato vent’anni qui: fra due anni, il tempo che ho vissuto qui a Bologna supererà quello che ho trascorso nella mia città natale, Nanchino. Fra due anni Bologna sarà il posto dove ho vissuto di più nella mia vita. Da questo punto di vista, diciamo che sono quasi una bolognese. Bologna è assolutamente una città particolare, affascinante e super-multi-culturale. È una città universitaria, quindi ha una popolazione relativamente giovane, ed è anche una città dove vivono tanti immigrati da tutto il mondo. Dei miei amici, solo due sono nati qui! Poi ci sono i miei figli, sono nuovi bolognesi anche loro. Si capisce anche da cose semplici: per esempio, una delle prime canzoni che hanno imparato è “Bella ciao”. Già quando avevano più o meno due anni, cantavano, urlavano “Bella ciao” davanti al cinema Lumière: una cosa assolutamente molto bolognese, tipica di questa città che ha una grande tradizione partigiana. E proprio qui a Bologna, la comunità cinese è diventata sempre più grande, più numerosa, e anche più visibile. Con Sinomondi vogliamo raccontare le storie cinesi, presentare e mostrare la cultura cinese, inserire gli elementi della cultura cinese più profondamente all’interno di un tessuto già molto multicolore e multietnico. In questo modo possiamo anche promuovere l’integrazione degli studenti e dei migranti cinesi.

 

Valeria: Abito e lavoro a Bologna da circa quattro anni e sono profondamente convinta che questo sia il luogo adatto non solo per far conoscere la cultura cinese e sinofona. Ci sono molti elementi che fanno di Bologna il luogo ideale per un’associazione giovane come la nostra che punta a creare nei cittadini una nuova coscienza basata sulla convivenza tra culture diverse. È una città vivace che ha investito moltissimo sulla cultura. C’è una concentrazione di eventi e festival che la rendono ricchissima e unica. Ci sono attività che avvengono grazie alle realtà locali di piccole dimensioni, come librerie indipendenti, biblioteche di quartiere, sale messe a disposizione dalle associazioni cittadine. Infine, Bologna è una meta per tanti giovani di varia provenienza che la scelgono per realizzare i loro sogni. Lo vedo ogni giorno in Università. Nelle mie classi, gli studenti vengono da tutta Italia. È un laboratorio a cielo aperto. E molti si fermano a vivere qui grazie anche alle molte opportunità offerte dal mondo del lavoro a Bologna e nelle zone limitrofe.

Attività e progetti
In poco più di un anno di vita, l’Associazione Sinomondi ha realizzato diversi eventi invitando studiosi e artisti sinofoni. Molte attività si svolgono in collaborazione con l’Università, visto che molti dei soci fondatori sono anche docenti. Un appuntamento fisso è il Book Club, si tiene mensilmente in una libreria indipendente della città e permette ai non specialisti di conoscere insieme a noi la letteratura e la società contemporanea. Attraverso la collaborazione con Tilt e l’Ennesimo Filmfestival per le attività dell’Academy e la selezione Sinofonie, riusciamo a promuovere la cultura visuale delle realtà sinofone.Tra i progetti in  corso, un’attenzione particolare è riservata alla presenza sinofona in città con l’organizzazione di passeggiate a tema nei luoghi simbolo della comunità e laboratori che mirano a conoscere le storie dei residenti, vecchi e nuovi. In questo s’intreccia l’interesse per il mondo della scuola e delle associazioni culturali sinofone, che insegnano la lingua e la cultura cinese ai bambini nati qui. Infine, nella nostra associazione la musica ha un posto di grande rilievo grazie a musicisti specializzati negli strumenti tradizionali. Nel prossimo futuro, il sogno di Yan sarebbe realizzare un podcast per far conoscere la musica indipendente del mondo sinofono.

 

A cura di Valeria Zanier e Wen Yan
Valeria Zanier, professoressa associata presso l’Università di Bologna, è tra i curatori della 
ùselezione Sinofonie dell'Ennesimo Film Festival dal 2025.

Yan Wen, docente di lingua cinese presso l’Università di Bologna, è tra i curatori della
selezione Sinofonie dell'Ennesimo Film Festival dal 2026.

I cinesi lavorano sempre e non protestano mai?

Uno sguardo alla complessità cinese attraverso i giovani e il cinema

Quando si parla di Cina contemporanea, una delle immagini più ricorrenti è quella di una società che lavora senza sosta. Lunghi orari, ritmi intensi, poche proteste visibili. Tuttavia, dietro questa rappresentazione c’è una realtà più complessa, alla base della quale c’è una dimensione più ampia – che potremmo definire di “performance” – che caratterizza trasversalmente un po’ tutte le società capitaliste avanzate del giorno d’oggi (si direbbe proprio che quelle a noi più geograficamente e culturalmente vicine non fanno eccezione). Non si tratta però di una realtà statica e immutabile, bensì di dinamiche che si incontrano e scontrano con una società in rapida trasformazione. Come è noto, dalla stagione delle riforme di mercato – avviate da Deng Xiaoping alla fine degli anni ’70 – in poi, la Cina ha conosciuto una  crescita economica straordinaria. Ne è nato però un modello di sviluppo basato su una competizione sempre più intensa (a fronte di servizi sociali non sempre garantiti), ampia mobilità interna e nuove forme di precarietà urbana. Il successo individuale è divenuto un parametro di valore sociale.

 

La performatività a tutti i costi
Un elemento decisivo in questo quadro è stata la politica del figlio unico, in vigore dal 1979 al 2015. Intere generazioni di giovani sono cresciute come unici destinatari delle aspettative familiari. Non dovevano soltanto trovare il proprio posto in una società e in un mercato del lavoro in rapidissima trasformazione, ma anche realizzare i sogni dei genitori, spesso concentrati interamente su di loro. Se a ciò si aggiunge il fatto che il sistema educativo cinese è molto selettivo e “meritocratico” (ne parla Sabrina Ardizzoni in questa newsletter), in preparazione appunto a un ambiente sociale e lavorativo a forte competizione, è evidente la pressione che è pesata su questi giovani, che ora sono l’ossatura principale del tessuto sociale cinese. Purtroppo, l’aumento dei costi della vita, soprattutto del mercato immobiliare, ha aggravato l’“ansia da performance” dei giovani tra i 20 e i 35 anni (circa), che si sposano più tardi e faticano a “metter su famiglia”, specie quando avere una casa di proprietà rimane per molti una condizione imprescindibile per farlo. Un simbolo particolarmente efficace della cultura della performance è il cosiddetto sistema 996: lavorare dalle 9 del mattino alle 9 di sera, sei giorni alla settimana. Questo modello, diffuso in alcuni settori tecnologici, è diventato un emblema della dedizione totale al lavoro (imposta) e della conseguente compressione del tempo libero. Nonostante siano state annunciate e implementate alcune riforme per limitare questa pratica, essa rimane diffusa.

 

Risposte dai mondi della cultura
Se da una parte c’è un’idea preconcetta di una popolazione cinese confucianamente ligia ai doveri, in realtà la storia della cultura cinese è lastricata di conflitti tra aspettative familiari e sociali, da una parte, e desiderio individuale, dall’altra. Pensiamo che già nel Settecento, nel monumentale romanzo Il sogno della camera rossa, un po’ il “grande classico” della letteratura cinese di tutti i tempi, il protagonista Jia Baoyu rifiuta tenacemente il ruolo di erede e rampollo del patriarca della famiglia feudale in cui è nato, preferendo il ritiro e l’evasione alla gestione della proprietà e al matrimonio combinato. Oggi queste tensioni si esprimono anche attraverso nuovi linguaggi: post sui social media, video, performance artistiche. Molti giovani rivendicano il diritto alla propria soggettività, anche quando questa non coincide con l’immagine del “figlio modello” o del professionista di successo. Un caso singolare ma molto indicativo è il film di animazione Nezha, uscito nel 2019 e un immediato successo al botteghino. Sbarcato anche su Netflix, il film rilegge una celebre figura della mitologia tradizionale trasformandola in una storia contemporanea sul rifiuto del destino imposto. Il protagonista nasce infatti segnato da una profezia che lo condanna a diventare un demone distruttivo e, fin dall’infanzia, è emarginato e stigmatizzato da tutti. Contro queste aspettative, Nezha intraprende però un percorso di affermazione personale: invece di accettare il ruolo assegnatogli dal fato, sceglie di ridefinire la propria identità attraverso le proprie azioni. In questo forte messaggio di autodeterminazione individuale si trova una delle chiavi dello straordinario successo di questo film tra i giovani. Una menzione particolare merita la questione femminile. Anche in questo caso ha fatto scalpore un film, dal titolo internazionale Like a Rolling Stone (originale: Chuzou de juexin 出走的决心, La decisione di andarsene), questo invece del 2024. Diretto dall’agguerrita poetessa Yin Lichuan e ispirato a una storia vera, il film segue la vicenda di una donna che ha dedicato tutta la sua vita alla famiglia, sacrificando sogni e aspirazioni personali per adempiere ai ruoli di figlia (di un padre autoritario), moglie (di un marito violento) e madre (di una figlia richiestiva). Quando, dopo decenni di rinunce, decide di intraprendere un viaggio da sola, sceglie di privilegiare la propria autodeterminazione rispetto ai doveri familiari. Spesso paragonato a C’è ancora domani di Cortellesi, Like a Rolling Stone è però più riuscito ed efficace nel rappresentare l’emancipazione femminile non solo come un fatto simbolico e culturale, ma soprattutto come una questione economica, visto che la protagonista lotta strenuamente per ottenere un reddito che possa renderla indipendente prima di partire.

 

“Sdraiarsi” per ribellarsi
È nel contesto sin qui descritto che, intorno al 2021, è emerso il fenomeno tangping 躺平. Letteralmente significa “stare sdraiati”, ma è anche stato tradotto con “sdraiatismo”. Spesso definito una sottocultura giovanile, la sua diffusione nasce in gran parte online, a partire da forum e blog personali. L’idea è di rifiutare l’imposizione alla performance a tutti i costi e svolgere soltanto il minimo indispensabile, per poi semplicemente “sdraiarsi”, rinunciando alla rincorsa al successo personale. Non si tratta semplicemente di pigrizia o di rifiuto totale del lavoro, come vuole spesso l’accusa lanciata da indignati e bacchettoni media ufficiali di Stato. Piuttosto, il tangping è una rinuncia alla competizione estrema, una reazione ironica nei confronti della retorica del successo, un tentativo – simbolico, limitato, acerbo, ma comunque rilevante – di riappropriarsi della propria vita. In conclusione, da questi casi si può vedere come la società cinese sia estremamente sfaccettata, caratterizzata da complessità su più livelli e ben poco monolitica, nonostante spesso la si presenti come tale. Allenarsi a pensarla in questa complessità è fondamentale per capirla davvero. Sinofonie, la rassegna di film in lingua/lingue cinesi presso l’Ennesimo Film Festival in collaborazione con l’Università di Bologna e l’Associazione Sinomondi, si prefigge proprio il compito di dare qualche fotogramma di questa complessità.

a cura di Federico Picerni - Università di Bologna
Federico Picerni, ricercatore di letteratura cinese presso l’Università di Bologna 
e socio fondatore dell'Associazione Sinomondi, è tra i curatori della 
selezione Sinofonie dell'Ennesimo Film Festival dal 2022.

 


La scuola come spazio di trasformazione sociale

Quando la scuola entra nel cinema, il cinema entra nella scuola

Parlare di cinema nella scuola e di scuola nel cinema significa interrogarsi sul modo in cui le società rappresentano se stesse attraverso uno dei loro dispositivi simbolici più significativi: l’istituzione educativa. La scuola, nel linguaggio cinematografico, non è mai soltanto un luogo fisico; è uno spazio sociale, un laboratorio identitario, un campo di tensioni tra individuo e collettività. Dal punto di vista della pedagogia comparata, il cinema costituisce una fonte privilegiata per osservare come differenti sistemi educativi incarnino visioni culturali dell’infanzia, dell’adolescenza, del merito e della mobilità sociale. Analizzare la rappresentazione della scuola nel cinema cinese, mettendola in dialogo con quella italiana, permette di superare stereotipi semplificanti —la scuola cinese “rigida” e quella italiana “relazionale”—per cogliere processi più articolati di trasformazione sociale. Il cinema rende visibili le interazioni tra livelli diversi dell’esperienza educativa: la dimensione individuale dello studente, le dinamiche familiari, le politiche pubbliche, le aspettative collettive e le trasformazioni economiche. In questo senso, la scuola filmica diventa uno spazio in cui si riflettono le tensioni tra biografie personali e progetti nazionali.

 

Disuguaglianza e diritto all’istruzione: la scuola rurale
Un punto di partenza imprescindibile è Non uno di meno, diretto da Zhang Yimou. Nel 1999 Zhang Yimou era molto conosciuto in Cina come regista della cosiddetta quinta generazione, ma anche all’estero, soprattutto grazie al suo primo lungometraggio internazionale, Lanterne rosse, che dal 1991, quando ha vinto il Leone d’argento al Festival del cinema di Venezia, lo ha consacrato come regista cinese globale. Ambientato in una scuola rurale povera, il film racconta la vicenda di una giovanissima supplente incaricata di “non perdere neppure uno studente”. In chiave comparativa, l’opera consente di riflettere sul nesso tra istruzione e mobilità sociale. La scuola appare fragile dal punto di vista materiale—banchi deteriorati, mancanza di risorse, edifici precari—ma simbolicamente centrale. Essa rappresenta il principale strumento di inclusione e di speranza in una Cina degli anni Novanta attraversata dalle profonde riforme economiche inaugurate da Deng Xiaoping con il programma delle Riforme nel 1979. La narrazione mette in luce diversi piani dell’esperienza educativa: la relazione diretta tra insegnante e studenti, le difficoltà economiche delle famiglie che talvolta costringono i minori ad abbandonare gli studi, l’intervento delle istituzioni pubbliche e la crescente presenza di attori privati. Sullo sfondo si intravede una cultura che attribuisce all’istruzione un valore identitario e collettivo, legato alla costruzione del futuro nazionale. La figura dell’insegnante—pur inesperta—incarna un elemento profondamente radicato nella tradizione culturale cinese: il rispetto per il maestro come guida morale e sociale. Per il contesto italiano, la visione del film può aprire una riflessione sulla dispersione scolastica, sulle disuguaglianze territoriali e sul ruolo dell’insegnante come mediatore tra scuola e comunità.

Competizione e identità: la pressione dell’esame
Se Non uno di meno rappresenta la scuola come spazio di accesso all’istruzione, Better Days, di Derek Tsang, mostra la scuola come spazio di selezione e competizione. Al centro vi è il gaokao, l’esame nazionale di ammissione all’università, percepito come decisivo nella traiettoria biografica degli studenti. Tenendo l’obiettivo sul gaokao, il centro della vita degli studenti, il film introduce temi come il bullismo, la competizione e le attese famigliari, ma anche di costruzione dell’identità giovanile. In prospettiva comparata, il film offre l’opportunità di riflettere sulle culture della valutazione. L’esame diventa un crocevia simbolico: non solo verifica delle competenze, ma meccanismo di regolazione delle opportunità sociali. Le aspettative familiari, l’ansia da prestazione e la competizione tra pari contribuiscono a definire un clima emotivo intenso. Il film, tuttavia, non si limita a denunciare la pressione; esplora piuttosto la costruzione dell’identità adolescenziale in un contesto altamente performativo. La scuola appare come uno spazio in cui si intrecciano relazioni tra pari, legami familiari e orientamenti istituzionali. Anche nel contesto italiano, pur con differenze strutturali, la crescente attenzione ai risultati, alle classifiche e alla performance rende questo confronto particolarmente attuale. La visione del film può stimolare discussioni sul significato del merito, sul benessere psicologico e sul rapporto tra successo scolastico e realizzazione personale.

Educazione e ideologia
Un ulteriore livello di riflessione emerge in Youth, di Feng Xiaogang. Il film affronta il rapporto tra formazione collettiva e costruzione politica durante gli anni della Rivoluzione culturale, un periodo di cui non si parla molto in Cina, e nemmeno in Italia, e, se lo si fa, se ne presenta una narrativa distorta dal pregiudizio e spesso in toni monocromatici. Qui la scuola —intesa in senso ampio come spazio di socializzazione —non è soltanto luogo di apprendimento disciplinare, ma anche ambito di interiorizzazione ideologica. La tensione tra collettività e individualità diventa centrale, così come il rapporto tra educazione e narrazione storica. In prospettiva di pedagogia comparata, questo film invita a interrogarsi su come ogni sistema educativo trasmetta valori, memorie e rappresentazioni del passato. Anche in Italia il rapporto tra scuola e memoria storica è oggetto di dibattito: quali eventi vengono enfatizzati? Quali prospettive risultano marginalizzate? Il cinema offre un terreno privilegiato per affrontare tali questioni in modo critico e dialogico. Un ulteriore contributo significativo alla riflessione sulla scuola come spazio di costruzione sociale è il documentario Please Vote for Me, diretto da Chen Weijun nel 2007. Girato in una scuola primaria di Wuhan, il film documenta un esperimento di elezione democratica del rappresentante di classe. Attraverso lo sguardo diretto sui bambini, sulle loro strategie persuasive e sull’intervento dei genitori, il documentario mette in scena la scuola come microcosmo politico. In prospettiva comparata, Please Vote for Me consente di osservare come concetti quali leadership, competizione e partecipazione vengano interiorizzati fin dall’infanzia. La dimensione elettorale, apparentemente semplice, rivela l’influenza delle famiglie, delle aspettative sociali e delle dinamiche di potere tra pari. La scuola emerge così non solo come luogo di apprendimento disciplinare, ma come spazio di socializzazione politica e di costruzione precoce della cittadinanza. Per la didattica italiana, il documentario offre un’occasione preziosa per riflettere su educazione civica, rappresentanza studentesca e processi democratici, stimolando un confronto critico tra modelli culturali diversi senza ricadere in giudizi stereotipati.

La scuola come laboratorio sociale
Nel cinema cinese contemporaneo la scuola emerge come spazio in cui si riflettono trasformazioni economiche, urbanizzazione, migrazioni interne e tensioni familiari. Essa accompagna il passaggio da una società prevalentemente rurale a una realtà globalizzata e tecnologicamente avanzata. Il confronto con il cinema italiano —film, ad esempio, come La scuola, o Scialla! —consente di evidenziare differenze ma anche affinità. Nel contesto cinese la scuola appare spesso come dispositivo di mobilità sociale regolato da logiche selettive; nel cinema italiano prevale una dimensione relazionale e dialogica, con maggiore attenzione alla soggettività degli studenti e alla quotidianità del rapporto educativo. Tuttavia, in entrambi i casi la scuola è attraversata da questioni comuni: disuguaglianze territoriali, ridefinizione dell’autorità docente, precarietà delle giovani generazioni, ricerca di senso. La comparazione non produce una gerarchia tra modelli, ma una comprensione più ampia delle diverse modalità con cui le società investono simbolicamente nell’educazione.

Conclusione: uno specchio condiviso
Nel cinema cinese la scuola non è una semplice ambientazione narrativa, ma un dispositivo interpretativo della società. Essa rende visibili disuguaglianze, aspirazioni, conflitti e speranze, offrendo agli insegnanti italiani uno strumento efficace per una didattica comparativa e interdisciplinare. Guardare questi film con gli studenti significa attivare un doppio movimento: osservare un contesto culturale diverso e, al tempo stesso, interrogare criticamente il proprio. In questo gioco di rimandi, la distanza geografica si riduce, e diventa possibile riconoscere che le domande fondamentali dell’adolescenza —sul futuro, sull’identità, sul valore dell’impegno —attraversano contesti culturali differenti. Forse è proprio qui che il cinema incontra la pedagogia: quando la rappresentazione della scuola non si limita a raccontare ciò che accade in aula, ma ci aiuta a comprendere come le società immaginano il proprio divenire.

a cura di Sabrina Ardizzoni
Sabrina Ardizzoni è tra i soci fondatori dell’Associazione Sinomondi. 
Ricercatrice di Lingua cinese presso l’Università per Stranieri di Siena, 
è membro del gruppo di selezione della rassegna Sinofonie all’interno dell’Ennesimo Film Festival dal 2022.

 


Il cine-panettone in salsa cinese

Il cine-panettone in salsa cinese

Il capodanno cinese è sempre più conosciuto in Italia, da Roma a Milano ogni città ospita diverse manifestazioni: usanze, rituali e sapori dell'enogastronomia entrano sempre più nelle nostre vite. Ma non tutti sanno che il capodanno cinese rappresenta anche un importante appuntamento cinematografico. Potremmo dire che corrisponde un po’ alle nostre uscite riservate al periodo natalizio: ci si aspetta grandi numeri di pubblico che ha il tempo di godersi le vacanze e tempo libero per andare al cinema, in questo periodo escono diverse commedie dedicate a far ridere il grande pubblico e anche a far rivivere l’atmosfera e il calore dello stare in famiglia. Il titolo “cinepanettone in salsa cinese” è provocatorio e certamente gli omologhi cinesi non hanno nulla del senso della volgarità tipica del genere italiano.

He Sui Pian e Feng Xiaogang
Siamo nei ruggenti anni Novanta del secolo scorso quando emerge il filone cinematografico degli hesuipian 贺岁片 i “Film di Capodanno”. Nel 1995 infatti, anche l’industria cinematografica viene riformata passando dall’economia pianificata all’economia di mercato: i finanziamenti non piovevano più dal governo centrale - che continuava a mantenere il controllo sull’uscita delle pellicole - ma toccava agli studios trovare chi li finanziasse! Uno dei più grandi innovatori di questo genere cinematografico è certamente il regista, produttore e sceneggiatore Feng Xiaogang 冯小刚 (1958). Esordisce nelle sale nel 1997, quando a Pechino si dava Titanic per 45 giorni consecutivi, con la commedia Jiafang, yifang 甲方乙方 (La fabbrica dei sogni): la storia vede quattro giovani che fondano un’azienda in grado di risolvere i problemi e realizzare i sogni dei propri clienti in un solo giorno. Le storie che si intrecciano variano dalla commedia alla satira, dal genere slapstick al dramma. C’è un po’ di tutto e il film è molto apprezzato al botteghino, secondo solo a Titanic. L’anno seguente Feng esce con un altro titolo Bu jian bu san 不见不散 (Non mancare!), sarebbe troppo semplicistico definirlo una commedia romantica: un uomo e una donna si incontrano per caso, si piacciono, ma a un certo punto le loro strade si separano a causa di alcuni eventi per poi ritrovarsi. Non è tanto la storia quanto la scrittura ironica e non banale di Feng che tiene il pubblico incollato allo schermo. In questa commedia ritorna con il suo attore feticcio Ge You (vincitore a Cannes come miglior attore per Vivere! di Zhang Yimou) e come protagonista femminile sceglie la bellissima attrice Xu Fan (sua futura moglie).

 

Gli He Sui Pian oggi
Facendo un “balzo in avanti” e giungendo ai giorni nostri, possiamo dire che gli hesuipian continuano tutt’ora ad essere un po’ il termometro di quello che piace al pubblico cinese, e i gusti sono molto cambiati! Ultimamente ad esempio, hanno avuto molto successo due generi di film diversi da quelli di Feng Xiaogang. Da un lato troviamo il genere mitologico, in forma o meno di animazione. In particolare la saga di Nezha, una scapestrata divinità combinaguai, è stata premiata ogni anno di uscita (2019 e 2025). Dall’altro lato troviamo due pellicole della comica, attrice e regista Jia Ling 贾玲 (1982), una delle rivelazioni più inaspettate del botteghino. Prima di questi successi, Jia Ling era conosciuta più che altro per essere una comica della TV primetime, con una forte presenza scenica, dalla lingua affilata e un corpo oversize. Jia nel 2021 esce con Hi Mom! e nel 2024 con YOLO: la prima pellicola è una commedia famigliare che gioca molto sulla nostalgia dei tempi passati e al tempo stesso parla del ricongiungimento famigliare, un tema molto caro nel periodo del Capodanno; la seconda, invece, è una commedia che parla del corpo della donna, anzi, dell’attrice. Jia Ling oltre a essere la regista è anche la protagonista di YOLO e in questo film, che parla di emancipazione, trasformazione e crescita, la protagonista passa da essere una donna obesa, disoccupata e svogliata a diventare una pugile in perfetta forma grazie alla sua forza di volontà. Oltre al messaggio “se vuoi puoi” un po’ semplicistico, il film ha fatto molto discutere poiché il cambiamento fisico mostrato nel film è quello reale dell’attrice. Quando il film è uscito, il dibattito pubblico in Cina era ancora sulla lunga coda del Me Too e di altri dibattiti femministi, anche per questo ha accesso nuovamente i riflettori sul corpo della donna e infiammato i commenti online e offline.

Che cosa guarda il pubblico cinese
Siamo nel 2026, e il botteghino ci parla ancora di un altro cinema e di un altro pubblico. Zhang Yimou, il regista immortale dai mille volti, presenta un thriller incentrato sul tema della sicurezza nazionale, una tematica di attualità e sensibile, tanto sensibile che il film è girato sotto l’egida del Ministero. Troviamo poi il genere wuxia, i film di cappa e spada, che non passa mai di moda, in formato film e animazione. Infine torna il franchise sulle corse d’auto Pegaso 3, con protagonista Sheng Teng 沈腾 (1973), un altro grande interprete moderno della comicità cinese. Sarà interessante poi vedere a fine anno se è stato proprio uno di questi a vincere il botteghino come è stato lo scorso anno per Ne Zha 2. Se ora siete arrivati a leggere sino a qui e questo articolo vi ha un po’ incuriosito su questo genere-non-genere degli hesuipian, allora vorremmo consigliarvi un titolo, di facile reperibilità, dal quale iniziare: il film è ovviamente di Feng Xiaogang e si chiama Un funerale dell’altro mondo (大腕), protagonisti sono Ge You, il suo attore feticcio, e Donald Sutherland, sbarcato per l’occasione a Pechino. Per non spoilerare la storia, ci limiteremo a dire che dove c’è un funerale di mezzo….c’è sicuramente da ridere a crepapelle. Buona visione!

a cura di Clara Longhi
Clara Longhi è docente di Lingua cinese presso l’Università di Bologna e SSML Carlo Bo Milano, 
socia fondatrice dell'Associazione Sinomondi, curatrice della selezione Sinofonie dell'Ennesimo Film Festival dal 2022.

 


Alla scoperta dei Mestieri del Cinema #4

Febbraio 15, 2026

Il ritmo delle Emozioni

Stefano Cutaia - direttore del doppiaggio

Stefano Cutaia si forma come attore e regista teatrale. Collabora come aiuto regista con diversi registi teatrali e lirici, uno fra tutti Giorgio Belledi.


Parliamo di te. Com'è iniziata la tua storia con il doppiaggio?
Io ho una formazione prevalentemente teatrale, quindi il doppiaggio non era nelle mie prospettive. Poi a Parma aprirono un corso di doppiaggio con Mario Maldesi come insegnante. Io non sapevo chi fosse all’epoca, però i miei genitori me ne parlarono ed è stata la svolta, perché facendo il corso con Mario Maldesi mi sono innamorato di questo mestiere.

Come sei passato dal doppiaggio alla direzione del doppiaggio?
Inizialmente ho doppiato, poi ho provato a mettermi alla prova con alcuni provini. Il tipo di vita che avevo e le mie prospettive, però, mi impedivano di intraprendere quella strada. Per questo motivo non ho fatto il doppiatore. Comunque, avendo io delle competenze da regista teatrale, ho iniziato a fare delle lezioni dove insegnavo doppiaggio e piano piano mi sono sensibilizzato su che indicazioni bisognava dare ai doppiatori per doppiare al meglio. Quindi, mettendo insieme le mie competenze da regista teatrale con questa esigenza di insegnare e di spiegare cosa bisognava fare per raggiungere risultati, praticamente mi stavo identificando come direttore. Per cui un giorno ci siamo proposti al nostro primo cliente, Yamato Video, e loro hanno visto in noi un potenziale, affidandoci uno dei primi lavori in cui è spettato a me il compito della direzione del doppiaggio.

Non è scontato, dunque, il passaggio da doppiatore a direttore.
No, non è per niente scontato. C’è chi è portato ad eseguire, a fare - anche mettendoci del suo in termini di creatività - e c’è chi è portato anche solo a dirigere e non fare; c’è chi è portato a fare entrambe le cose. Dipende dalle attitudini di ognuno.

Qual è in generale il lavoro di direzione che ti porti nel cuore, a cui sei più affezionato?
Sono molto affezionato al lavoro che abbiamo fatto per Yamato Video in Carletto il Principe dei Mostri. Noi abbiamo curato la seconda stagione - chiamiamola così, anche se il termine è scorretto perché in Giappone gli episodi uscirono tutti insieme. In Italia uscì negli anni Ottanta solo una parte degli episodi per motivi di diritti. L’altra parte fu affidata a noi nel 2019. È un lavoro che porto nel cuore perché fu molto divertente e mi permise di avere a che fare con tanti professionisti rinomati nonostante fossimo uno studio di doppiaggio poco conosciuto. Questo mi diede una grande spinta e una grande soddisfazione.

Da direttore, che cos’è per te un buon doppiaggio?
Secondo me un buon doppiaggio è un doppiaggio che “si regge in piedi da solo”. Mi spiego: è un doppiaggio che non è figlio dell’immagine o del doppiaggio originale; è un doppiaggio che potresti ascoltare senza vedere le immagini risultando comunque credibile. È un po’ come se i doppiatori dovessero rifare “da zero” il lavoro. Si sente, in questo caso, che i doppiatori e le doppiatrici sia acusticamente che empaticamente ci stanno mettendo del loro, permettendo al doppiaggio di funzionare anche senza il supporto dell’immagine.

Che ruolo ha secondo te la voce dentro il suono complessivo del film?
Dipende molto dal prodotto. Ci sono prodotti dove il dialogo è fondamentale, mentre in altri regna l’immagine o il resto del sonoro. Pensiamo ad esempio ai film muti che vengono fatti ancora oggi. Bisogna innanzitutto capire l’intento dell’autore originale. Diciamo che nell’ottanta percento dei casi il dialogo la fa da padrone, quindi la voce per me è fondamentale, così come la comprensione di quello che viene detto. Un difetto che riscontro spessissimo dagli anni Duemila in poi è che si dà molto più risalto a livello di volume alla colonna sonora. Capita di ascoltare un film e di dover abbassare il volume quando ci sono
musica e effetti sonori per poi rialzarlo quando arriva un dialogo. Ecco, questo è un errore che non si dovrebbe fare. Bisognerebbe fare in modo che il dialogo, che descrive e che è protagonista, sia in primo piano o, perlomeno, allo stesso livello del resto. Sempre ricordando che la voce è protagonista dove l’opera lo richiede.

C’è una ragione per cui avviene questo tipo di sbilanciamento fra voci e resto della colonna sonora?
Sì, sono ragioni produttive. La tecnologia dell’audio è migliorata tantissimo dagli anni Ottanta in poi e in un qualche modo si è creata un’usanza per cui questi suoni si debbano sentire bene perché sono fatti bene. È come se scoprissi un nuovo giocattolo e iniziassi a giocarci di più. C’è stato un grande investimento nel sound design negli ultimi anni, che si sente nel modo in cui i prodotti suonano. Poi non dimentichiamo l’importanza dell’essere passati da un semplice ascolto stereo al Dolby Surround. Tutto questo ha portato a un impoverimento dell’importanza del dialogo che esce solo da un canale centrale, mentre il resto del film esce da altri canali laterali e retrostanti. Se non si fa un buon lavoro di livellamento, anche andando a rinunciare a un ascolto eccessivamente dettagliato del suono, rendendolo più impastato e più omogeneo, allora si manca l’opportunità di fare un lavoro ideale. È come se
noi vedessimo una versione de La Gioconda in cui Leonardo Da Vinci avesse dipinto con colori più accesi lo sfondo solo perché era bello.

Quali sono i tuoi criteri per trovare il giusto cast di voci?
La premessa è che bisogna scegliere fra professionisti già capaci e affermati. Detto questo, bisogna trovare una voce che corrisponda all’immagine del personaggio, come se quella voce stesse davvero uscendo da quel personaggio. In più ci sono anche delle peculiarità di alcuni professionisti che incidono sulla voce che possono offrire al personaggio, facendolo rendere al meglio. Poi conta molto nella scelta delle voci l’equilibrio che possono avere fra loro in una scena. È come quando si compone un’orchestra: da una parte ho i violini, dall’altra gli ottoni… Devo creare un’armonia, sia a livello sonoro sia a livello interpretativo.

A proposito, se la colonna sonora fosse un’orchestra, la voce che strumento sarebbe?
La voce risalta, stacca un po’. Banalmente, mi viene da dire che se stessimo ascoltando un’opera lirica, la voce sarebbe il cantante (ride). Lo so, non è un paragone molto stimolante, ma così è. La dimensione della musica e della parola sono dimensioni molto diverse. Rimangono separate e distinte, seppur armonizzandosi.

Qual è un film o una serie tv che ti sentiresti di consigliare come esempio fulgido e brillante di doppiaggio?
Sicuramente attingerei al passato. Non perché non ci siano lavori moderni pregevoli, ce ne sono tanti: Game Of Thrones, ad esempio, è fatto molto bene. Però, se devo cercare qualcosa di fulgido come mi chiedi, posso citare a mani basse il lavoro di Qualcuno volò sul nido del cuculo, un lavoro incredibile che richiede un’interpretazione attorale magistrale.

Cosa suggeriresti alle insegnanti e agli insegnanti delle scuole sull’ambito del doppiaggio?
Io credo che il doppiaggio abbia una validissima funzione per far comprendere il ritmo del dialogo e, quindi, della relazione fra le persone. Ogni relazione ha una sorta di ritmo, come quello musicale. Quindi va compreso e il doppiaggio aiuta a comprendere il ritmo emotivo di quello che ci diciamo, a entrare nel senso della risposta, che racchiude sempre un pensiero, un’elaborazione emotiva e mentale. Credo che un insegnante se comprende questo possa usare lo strumento del doppiaggio per far comprendere agli alunni che ogni dialogo ha non solo le parole, ma anche pensieri, emozioni, ritmo. Riguarda le relazioni che abbiamo con gli altri e con quello che ci circonda.


Note di celluloide

Febbraio 11, 2026

Il cinema e la musica

Il 1927 segna uno spartiacque: con The Jazz Singer, il cinema smette di essere muto e trova la sua voce attraverso il canto. Questo evento segna la nascita del musical, un genere che non ha solo cambiato il modo di andare al cinema, ma ha ridefinito le regole della narrazione visiva, fondendo l'operetta europea con l'energia del jazz e del blues americano. Fino a quel momento la musical comedy o musical theatre, nel cinema poi abbreviata in musical, consisteva in uno spettacolo teatrale adattato al gusto e costume americano.
Grazie all'evoluzione tecnica del sonoro nel cinema, in concomitanza con la grande crisi economica del 1929, il musical si sposta dal teatro al grande schermo garantendo la sopravvivenza del genere e consacrandolo a fenomeno di massa. I primi musical cinematografici si ispirano ai grandi successi di Broadway che vengono adattati per il nuovo medium. Purtroppo le difficoltà tecniche dovute alla ripresa dei film sonori – la registrazione del suono all'epoca era solo in presa diretta e la cinepresa era fissa – disperdono la magia del palcoscenico. È necessario ripensare il musical in modo da adattarlo meglio al cinema e questo è il caso del "Backstage Musical", dove si raccontano la costruzione di uno spettacolo e si utilizza l'escamotage metateatrale per inserire numeri e coreografie (42nd Street).

Gli anni '30 rappresentano invece il momento del Dance Musical, film musicale dove il ballo è protagonista. Questa è l'epoca dello swing e del tip tap, sullo schermo svettano grandi ballerini come Shirley Temple e la coppia Fred Astaire e Ginger Rogers. Sul finire degli anni Trenta e l'inizio degli anni Quaranta comincia l'era dello Studio System. Mentre escono i primi musical d'animazione (Biancaneve 1937, Fantasia 1940), The Wizard of Oz (1939) diventa il musical più famoso di tutti i tempi. Realizzato con la tecnica del Technicolor, il Mago di Oz apre la strada ad una produzione cinematografica massiccia caratterizzata da costumi sgargianti, ritmi sostenuti e scenografie in studio (altro esempio: Singin' in the Rain, 1952).

Durante gli anni Sessanta Broadway ritorna a farsi sentire portando sullo schermo trasposizioni cinematografiche di suoi grandi successi: è l'era del Broadway Musical (West Side Story, 1961; The Sound Of Music – Tutti insieme appassionatamente, 1965). Gli anni Settanta segnano una svolta radicale con l'ingresso del rock nel musical cinematografico. Nascono le Rock Opera, adattamenti di concept album che portano sullo schermo il sound della controcultura giovanile: Jesus Christ Superstar (1973) e Tommy (1975) ne sono gli esempi più emblematici. Parallelamente, il genere si contamina con la cultura pop e la disco music dando vita a film come Saturday Night Fever (1977) e Grease (1978), che diventano fenomeni culturali di massa e rilanciano il Dance Musical in chiave contemporanea.

Gli anni Ottanta vedono invece una crisi del musical cinematografico. Le produzioni si rarefanno e il genere fatica a trovare una sua identità nel nuovo panorama cinematografico. Alcuni tentativi isolati come Fame (1980), Flash dance (1983) e Footloose (1984) mantengono vivo l'interesse per la danza urbana e contemporanea, ma senza il fasto delle produzioni precedenti.

 

La rinascita arriva negli anni Novanta grazie alla Disney, che rivoluziona il musical d'animazione con una serie di capolavori che segnano un'epoca: La Sirenetta (1989), La Bella e la Bestia (1991), Aladdin (1992) Il Re Leone (1994). Questi film stabiliscono nuovi standard qualitativi sia dal punto di vista narrativo che musicale, con colonne sonore curate da compositori di Broadway come Alan Menken e Howard Ashman.

Il nuovo millennio porta ad una rinascita del musical cinematografico con film ambiziosi e innovativi. Moulin Rouge! (2001) di Baz Luhrmann stravolge le convenzioni del genere con un montaggio frenetico e un uso spregiudicato di canzoni pop contemporanee reinterpretate. Il successo di Chicago (2002), che vince l'Oscar come miglior film, sancisce ufficialmente il ritorno del musical al centro dell'industria hollywoodiana. In questi anni si afferma prepotentemente il Jukebox Musical, ovvero film costruiti interamente su canzoni preesistenti di artisti famosi: Mamma Mia! (2008) con le hit degli ABBA e Across the Universe (2007) con i Beatles ne sono esempi significativi.

Gli anni 2010 e 2020 vedono un'ulteriore diversificazione del genere. La La Land (2016) rende omaggio ai musical classici reinterpretandoli in chiave nostalgica e contemporanea. Esplode il fenomeno dei Bio Musical, film biografici incentrati su icone della musica rock e pop che utilizzano il formato musicale per raccontare la vita degli artisti: Bohemian Rhapsody (2018) sui Queen, Rocketman (2019) su Elton John e Elvis (2022) biopic sul mitico Presley. Nel frattempo, la piattaforma Disney+ porta al grande pubblico Hamilton (2020), rivoluzionario musical di Broadway che fonde hip-hop, R&B e storia americana.

Il musical oggi continua a reinventarsi, abbracciando nuove tecnologie, piattaforme streaming e linguaggi contemporanei, confermandosi come uno dei generi più versatili e amati della storia del cinema.

 

 

Visioni consigliate
The Wizard of Oz (1949) - Il Mago di Oz 
Perfetto per analizzare il passaggio al Technicolor, le metafore del viaggio dell'eroe e la struttura narrativa
classica. Durata: 102 minuti
Disponibile per il noleggio su PRIME

Singin' in the Rain (1952) - Cantando sotto la pioggia
Ideale per studiare la transizione dal cinema muto al sonoro e le coreografie classiche. Durata: 103 minuti
Disponibile per il noleggio su PRIME

The Sound of Music (1965) - Tutti insieme appassionatamente
Ottimo per affrontare temi storici (nazismo, Seconda Guerra Mondiale) attraverso la musica. Durata: 174 minuti (consigliata visione in due parti)
Disponibile per il noleggio su PRIME

Mary Poppins
Animazione e musical
Disponibile con l'abbonamento di DISNEY+

The Greatest Showman (2017)
Storia (con libertà creative) di P.T. Barnum, temi di inclusione e diversità. Durata: 105 minuti
Disponibile con l'abbonamento di DISNEY+

(13-14 anni)
West Side Story (1961)
Rivisitazione di Romeo e Giulietta, temi sociali importanti.
Nota: Contiene scene di violenza tra gang.
Durata: 152 minuti
Disponibile per il noleggio su PRIME


Le mille identità del mondo digitale

Realizzato in collaborazione con 

 

Le mille identità del mondo digitale

a cura di Andrea Signorelli*

 

Era il 2017 quando per la prima volta ci si rese conto di quanto potessero essere insidiosi anche i social network apparentemente più innocui. In una fase in cui le piattaforme accusate di essere pericolose a livello sociale erano soprattutto Facebook, Twitter e YouTube – sospettate di diffondere a macchia d’olio le più pericolose teorie del complotto e di aver causato la crescente polarizzazione politica – uno studio della Royal Society for Public Health scoprì invece che i giovanissimi consideravano Instagram il social network più rischioso per il loro benessere.

Fino a quel momento, Instagram era rimasto immune alle polemiche che avevano in più occasione travolto i suoi concorrenti ed era considerato una piattaforma tutto sommato inoffensiva, in cui postare foto delle vacanze o delle feste e dove seguire le vicende delle più note celebrità. E allora per quale ragione le ragazze e i ragazzi coinvolti nello studio avevano indicato il social network fondato nel 2010, e diventato popolare attorno al 2014, come il peggiore in assoluto per la loro salute mentale, ansia, qualità del sonno e autostima?

La ragione di questa percezione così negativa risiedeva probabilmente nella combinazione tra l’esposizione della propria immagine personale – inevitabile su un social fotografico – e le metriche quantitative dei follower e dei like, che si trasformavano in veri e propri punteggi in grado di quantificare con grande precisione (o dare l’impressione di farlo) il “successo” che si ha tra i propri amici.

Un costante concorso di popolarità

Instagram si era insomma trasformato in una sorta di interminabile concorso di popolarità, in cui la propria immagine e la propria vita personale erano costantemente sottoposti al giudizio altrui. Altro che innocuo social fotografico, questa piattaforma era diventata una vetrina di vite forzatamente patinate in cui tutti erano costantemente in viaggio, partecipavano a feste esclusive o prendevano il sole in spiaggia. Una narrazione parziale e poco sincera delle nostre esistenze, in grado però di aumentare il disagio di chi, in quel momento, si trova invece sul divano a scrollare in solitudine i post e le storie altrui.

Già questi elementi ci aiutano a capire come i social network – e Instagram in particolare – non fossero mai stati soltanto dei luoghi pensati per l’intrattenimento e la comunicazione, ma anche e soprattutto degli ambienti in cui si sono formate le identità personali e la narrazione che facciamo di noi stessi, in cui abbiamo coltivato relazioni sociali e parasociali (ovvero rapporti unilaterali, in cui si prova un senso di vicinanza verso persone che non ci conoscono, come possono essere influencer e creator) e dove abbiamo depositato una parte consistente delle nostre memorie, documentando i momenti più significativi ma anche il semplice scorrere delle nostre vite (come avviene, per esempio, tramite le carrellate mensili di fotografie, i cosiddetti “dump”, che ripercorrono il periodo appena trascorso).

Tutto ciò ha anche, ovviamente, degli aspetti positivi: tramite i social creiamo dei ricordi condivisi, entriamo in contatto con chi ha passioni e interessi in comune, manteniamo con più facilità i rapporti personali ed entriamo in un flusso di esperienze comuni che spesso possono anche rafforzare il senso di appartenenza sociale. Elementi confermati da una recente ricerca di Pew Research, che mostra come i social network facciano sentire “più connessi con i loro amici” il 74% degli adolescenti statunitensi e come il 63% li consideri “un luogo in cui mostrare il proprio lato creativo”.

Eppure, il prezzo da pagare per questi aspetti positivi è molto elevato. Nella stessa ricerca, il 48% degli adolescenti ammette che le piattaforme social siano più dannose che benefiche (percentuale che era del 32% nel 2022), mentre solo l’11% ha un’opinione contraria (in calo rispetto al 24% del 2022). Se non bastasse, il 45% degli adolescenti interpellati ammette di trascorrere “troppo tempo sui social” e il 25% delle ragazze e il 14% dei ragazzi pensa che i social media siano dannosi per la loro salute mentale.

Dati che smentiscono, prima di tutto, l’idea secondo la quale gli adolescenti utilizzino questi strumenti in modo inconsapevole e senza avere cognizione delle possibili ripercussioni sul loro benessere. Ma se le cose stanno così, perché i ragazzi – e non solo loro – non abbandonano i social? L’elemento più importante da considerare in questo contesto è il cosiddetto “costo di uscita”, ovvero il prezzo sociale, relazionale e informativo che una persona paga quando decide di lasciare una piattaforma. Nei contesti social questo costo è legato soprattutto agli effetti di rete: più una piattaforma è centrale per le relazioni, gli inviti, le conversazioni e la visibilità, più abbandonarla significa perdere contatti e partecipazione alla vita sociale. In poche parole, abbandonare i social rischia di causare un’altra forma di ansia, nota come FOMO (fear of missing out): il timore di perdere opportunità sociali, culturali e comunicative, restando così tagliati fuori dal resto del gruppo.

Eppure, una reazione da parte soprattutto dei più giovani c’è stata ed è diventata sempre più evidente negli ultimi anni. Una reazione che non riguarda i presunti fenomeni di abbandono completo degli smartphone e dei social (che riguardano in realtà una percentuale quasi irrisoria della popolazione), ma semmai una trasformazione del loro utilizzo. 

Il collasso dei contesti

Per capire come si stia trasformando l’utilizzo dei social, bisogna però fare prima un passo indietro. Nel corso del 2024 è emersa con ancora più forza una tendenza in realtà in corso da tempo: la frequenza con cui gli utenti dei social network condividono contenuti personali sta continuando a scendere. Opinioni sulla polemica del giorno, fotografie delle vacanze, ricordi nostalgici in cui taggare qualche amico, video di matrimoni e tutto ciò che, agli inizi dell’epoca social, era l’assoluto protagonista dei contenuti pubblicati sulle piattaforme sta diventando merce sempre più rara.

Al loro posto, gli utenti si limitano sempre più spesso a condividere link di articoli online (e altri contenuti esterni al social network) o a seguire le loro pagine preferite: di sport, di meme, di moda, di cultura, scienza o qualunque altra cosa. Una modalità di fruizione molto pericolosa per i proprietari della piattaforma: i contenuti personali e intimi sono infatti quelli che generano il maggior tasso di engagement (pensate a quanti like e commenti riceve il post in cui si annuncia, per esempio, l’arrivo di un bebè), massimizzando quindi la partecipazione degli utenti e di conseguenza la loro permanenza sulla piattaforma. Due elementi – partecipazione e permanenza – fondamentali per ogni social, che attraverso di essi impara a conoscerci sempre meglio e ci espone per il maggior tempo possibile ad annunci personalizzati.

Ma perché sta avvenendo tutto ciò? Qual è la ragione profonda per cui le persone stanno smettendo di condividere materiale personale? Due ricercatori accademici, Jenny L. Davis e Nathan Jurgenson, sono stati tra i primi a indagare questo fenomeno, pubblicando già nel 2014 un paper intitolato “Il collasso del contesto”, in cui spiegavano come, sui social, i confini della nostra vita privata, professionale, parentale e altro collassano in un amalgama indistinto.

In poche parole, sui social tradizionali (a partire dal vecchio Facebook) si fondono contesti molto diversi della nostra vita: tra i contatti annoveriamo amici che frequentiamo regolarmente e altri che non vediamo da una vita, parenti vicini e distanti, compagni di scuola, persone appena conosciute e altri ancora. Come si può, in una situazione di questo tipo, condividere opinioni, video e altri contenuti personali sapendo che raggiungeranno persone così differenti? Ha senso pubblicare il video di una festa con amici sapendo che la vedranno anche i genitori? E perché dovrei esprimere un’opinione politica rischiando di trovarmi a discutere con una prozia che conosco a malapena?

Se nella vita offline tutte queste sfere restano distinte – permettendo di comportarci in maniera diversa se ci troviamo tra amici, parenti, conoscenti o altro – sui social network questi contesti differenti collassano, creando un ambiente eccessivamente eterogeneo e in cui è impossibile assumere un’unica personalità che possa adattarsi a tutti. È questo che ha causato il calo nella condivisione di contenuti personali. Ed è questo che ha portato a una “biforcazione social” che, soprattutto con l’emergere di TikTok, è diventata sempre più evidente.

La biforcazione dei social

TikTok è infatti una piattaforma completamente differente rispetto a Facebook e Instagram (già tra loro molto diversi) e che per certi versi rovescia completamente il meccanismo di questi strumenti, avvantaggiandosi così dei cambiamenti nella fruizione che hanno penalizzato altri social. Altro che “rete sociale” a cui tutti partecipano: su TikTok si stima che il 50% degli utenti non abbia mai pubblicato un video e che gli utenti regolarmente attivi siano una piccola minoranza, mentre la stragrande maggioranza si limita a consumare il materiale prodotto da creator professionisti e aspiranti tali. Come ha scritto sul New York Times l’esperto di Media Ben Smith, “TikTok mette in mostra un flusso ininterrotto di video e, a differenza dei social network che sta rapidamente sostituendo, ha una funzione più di intrattenimento che di connessione con gli amici”.

In questo senso, l’era dei social per come li abbiamo finora conosciuti si sta chiudendo: la fruizione della piattaforma oggi dominante è principalmente passiva e ricorda più una sorta di piccola televisione molto accelerata e formato smartphone di quanto non ricordi il classico utilizzo dei social. Allo stesso tempo, anche su X (che però segue logiche parzialmente differenti), Instagram e in misura minore Facebook a essere attivi nella condivisione di contenuti sono soprattutto personalità pubbliche, celebrità, influencer e creator. In poche parole, a causa del collasso del contesto gli utenti normali si limitano a scrollare, mentre a produrre i contenuti è soltanto chi ha interesse a raggiungere un pubblico il più ampio possibile per motivi professionali.

La fine di una certa fruizione dei social significa che gli utenti non sono più interessati a condividere contenuti di ogni tipo online? In realtà, no. Soprattutto i più giovani si stanno però trasferendo in quelli che la Harvard Business Review ha definito “falò digitali” (digital campfire), spazi in cui gruppi più piccoli di persone si riuniscono al riparo da sguardi indiscreti e dove possono comportarsi in modo maggiormente spontaneo. 

I falò digitali, che prendono la forma di gruppi su Whatsapp o canali di Telegram e Discord, sono quindi luoghi intimi, dove ci si raduna assieme a poche persone fidate, condividendo passioni, interessi e conversazioni che in un contesto di sovraesposizione (come quello di Facebook o Instagram) verrebbero inevitabilmente distorte o filtrate. È un’evoluzione che era stata confermata già nel 2023 dal responsabile di Instagram, Adam Mosseri, che intervistato dal podcast 20VC ha affermato: “Se osservi il comportamento degli adolescenti su Instagram, si nota come ormai passino più tempo sui messaggi di quanto non facciano sulle storie o sul feed principale”.

Al netto dei rischi sempre presenti – sui social e altrove – legati alla disinformazione, questa biforcazione nell’utilizzo delle piattaforme potrebbe avere l’effetto di ridurre l’ansia da prestazione legata ai like e ai follower, ormai una “esternalità negativa” che colpisce soprattutto i creator, e consentire una comunicazione più intima e spontanea all’interno di falò digitali.

Amici artificiali

Se fino a qualche anno fa si sfruttavano i social anche per ottenere visibilità, con il rischio però di sentirsi giudicati e quindi di essere soggetti a un aumento dell’ansia, adesso si va invece in cerca di esperienze quanto più private possibili. Ed è proprio per soddisfare al massimo questa esigenza di riservatezza che un numero crescente di persone, soprattutto tra i giovani, si rivolgono e si confidano sempre più spesso con chi, per definizione, non ci giudica mai: l’intelligenza artificiale.

Secondo alcuni recenti studi, circa il 35% degli utenti di ChatGPT – percentuale che sale fino al 50% tra i più giovani – sfrutta l’intelligenza artificiale di OpenAI per confidarsi e cercare supporto emotivo, segnalando tra le principali ragioni di questo utilizzo proprio la possibilità di esprimersi liberamente senza essere giudicati. I rischi, però, sono parecchi: il primo è il cosiddetto effetto sycophant (termine che in inglese significa “accondiscente”, ma con una sfumatura manipolatoria), cioè la tendenza dei modelli a compiacere l’interlocutore, confermandone convinzioni, emozioni e interpretazioni invece di metterle in discussione, anche quando sarebbero problematiche o dannose. 

Il secondo riguarda la natura stessa delle relazioni sociali, che sono fatte anche di attriti e rifiuti: elementi faticosi, ma indispensabili, che le AI tendono a eliminare per massimizzare la permanenza degli utenti sulla piattaforma, coinvolgendoli in vere e proprie maratone conversazionali che possono durare anche molte ore, con il risultato paradossale di aumentare la solitudine in chi sta spesso cercando un rimedio alla solitudine stessa. Infine c’è il rischio, tutt’altro che teorico, di consigli gravemente errati, come mostrato dai vari chatbot che, nel tentativo di mostrarsi empatici, hanno legittimato comportamenti autodistruttivi e minimizzato, quando non incoraggiato, i segnali di disagio che erano stati loro confessati.

Sotto molti punti di vista, queste pseudo-relazioni con l’intelligenza artificiale rischiano di ricreare in forma diversa alcuni dei pericoli che da sempre hanno caratterizzato i social network, in termini di isolamento, sostituzione di relazioni complesse e il rafforzamento di bolle emotive in cui le proprie convinzioni vengono rafforzate invece che messe alla prova.

Anche in questo caso, non si tratta di pericoli che corrono soltanto i più giovani, ma che sono inevitabilmente maggiori per chi ancora si trova in età di formazione. È molto probabile – e sicuramente auspicabile – che siano gli stessi ragazzi a rendersi conto di tutto ciò, come già è avvenuto con i social da cui siamo partiti. Se la generazione Z sta faticosamente riuscendo a liberarsi dagli elementi più nocivi dei social network, alla generazione Alpha (che sta adesso entrando nell’età dell’adolescenza) spetterà quindi un compito probabilmente ancora più difficile: non cascare nella trappola parasociale dell’intelligenza artificiale. 

*Giornalista freelance, si occupa del rapporto tra nuove tecnologie, politica e società. Scrive per «Domani», «Wired», «La Repubblica», «Il Tascabile» e altri. È autore del podcast Crash – La chiave per il digitale.

 

 

 


Alla scoperta dei Mestieri del Cinema #3

Gennaio 13, 2026

Stefano Ciammitti - costumista

Costumista e disegnatore italiano nato a Bologna nel 1989. Allievo di Piero Tosi, ha firmato i costumi di Io Capitano di Matteo Garrone, La legge di Lidia Pöet (stagione 1 e 2) di Matteo Rovere.

*header image by © Federica Bettocchi FCP 25 STEFANO CIAMMITTI 

Puoi spiegare in cosa consiste concretamente il lavoro di un costumista? Mi riferisco sia alla parte pratica (dal disegno dei bozzetti alla realizzazione dei costumi) sia alla parte concettuale (come si crea un costume che corrisponda o si adatti alla psicologia e al carattere di un personaggio)
Mi rendo conto che non è facile capire cosa facciamo esattamente: questo vale non solo per i ragazzi ma anche per gli adulti. Molti pensano che io disegni e basta, altri che io mi limiti a cucire. In realtà il mio ruolo è paragonabile a una regia dei costumi. Io disegno ma molti miei colleghi non sanno disegnare e delegano questa parte ai loro collaboratori. Quello che noi facciamo è coordinare tantissime professionalità, tante persone che hanno dei lavori e delle competenze molto specialistiche. Ad esempio, ci sono tagliatori che tagliano solo vestiti del Seicento. Per ogni produzione io devo gestire il personale, scegliere le persone migliori che possono a mio parere lavorare al meglio per il nostro scopo. Poi passo nelle sartorie a “raggruppare gli eserciti” di abiti per tutte le figurazioni. Infine devo parlare con registi e produttori per presentare e sostenere le mie idee riguardo ai costumi ipotizzati. Non ultimo, bisogna anche dialogare con l’interprete, ottenere la sua fiducia per farlo entrare in un personaggio attraverso i costumi che ho scelto. Questo non è sempre facile. Pensiamo ad esempio ai costumi dell’Ottocento: entrare in un busto stretto o avere un cuscino dietro il sedere ti fa accomodare su una sedia in un certo modo, diverso da come ci si siede oggi. Anche questo fa parte delle nostre competenze: noi insegniamo agli attori anche come muoversi in certe circostanze. Ci dev’essere un rapporto simbiotico anche con loro. Certo, se un attore o un’attrice è malleabile, anche il nostro compito diventa più semplice. Il mio lavoro è quindi molto complesso perché coinvolge svariati campi del sapere, tra cui la psicologia, oserei dire!


Com’è il rapporto con il regista quando dovete decidere lo stile visivo di un film?
Il rapporto cambia molto da regista a regista, è diverso ogni volta. Questo è un aspetto molto interessante del nostro mestiere, una cosa che amo molto: entrare in contatto con mondi diversi, portare il proprio mondo nella visione di un altro ma al contempo anche essere al servizio di questo altro mondo. Ci sono registi che si affidano di più e vogliono che il tuo mondo entri nel loro, mentre altri hanno bisogno di essere seguiti pedissequamente. Il mio modus operandi è parlare tanto con loro prima di iniziare a fare disegni e progetti. E ancor prima è trovare tantissime immagini, tanta documentazione. Per Io capitano Garrone ha passato addirittura tre anni a cercare e raccogliere immagini. Per vederle tutte ho impiegato almeno quattro giorni. Già da questo si può capire quanto lavoro sui costumi ci sia dietro a un progetto ancor prima di ultimare la sceneggiatura, ancor prima di chiamare un costumista: la mia opera comincia spesso come uno studio su un lavoro che c’è già stato precedentemente. Dopodiché si parla, si discute, ci si scambiano idee per capire quale sia la direzione da dare al progetto. Io ho avuto la fortuna di lavorare con tantissimi registi, da Ferzan Ozpetek a Matteo Rovere, e ho sperimentato che ognuno ha un modo di lavorare diverso, ogni regista ha esigenze differenti. Per Garrone, ad esempio, ho cercato di “scomparire”, rispettando il più possibile la cultura che stavamo provando – con tutta umiltà – a raccontare. Invece per le tre stagioni di La legge di Lidia Poët sapevamo che ci stavamo rivolgendo a un pubblico che desiderava vedere cose alla moda, voleva svagarsi, aveva voglia di estro (inteso sia nell’accezione performativa sia nell’accezione visiva, ovvero l’estro di Matilda De Angelis e il mio). Essendo le storie raccontate in questa serie fondamentalmente dei racconti “alla Sherlock Holmes”, ruotano tutte intorno al carattere del personaggio principale, che andava dunque sottolineato anche a livello visivo, di costumi: in questo caso come costumista non dovevo affatto scomparire bensì sfoggiare le mie abilità.

Lucia Iuorio - Netflix

Quanto del tuo lavoro è condizionato dall’iter produttivo di un’opera? Immagino che tu ti debba confrontare con la produzione sulle questioni relative al budget ma credo che anche la destinazione e la tipologia dell’opera abbiano un peso: realizzare i costumi per un film è diverso dal realizzarli per una serie?
La verità è che bisogna sempre essere scaltri, furbi e sapere su cosa investire. Sempre di più gli audiovisivi come le serie vengono fruiti sulle piattaforme attraverso schermi anche piccoli. Allora vale la pena di concentrarsi su quello che sicuramente si vedrà, ovvero – e lo dico con tristezza – sulla parte del corpo che va dalla vita in su. Questo permette una vera economia del lavoro, intesa sia come sforzo intellettuale sia come risparmio di risorse (tempo e, ovviamente, denaro). Se invece devo lavorare a un grande film in cui sono previste e necessarie inquadrature che si allargano oltre il piano americano per creare relazioni particolari dei personaggi con l’ambiente, allora mi oriento verso un’altra direzione.

Ci parli del tuo percorso di formazione?
Io ho avuto la fortuna di avere questo maestro incredibile, Piero Tosi, che è stato il più grande costumista della storia del cinema, accanto a Danilo Donati. Sin da quando ho fatto la selezione per entrare al Centro Sperimentale (e poi durante le lezioni) lui “recitava”: era spietato, faceva piangere gli studenti con degli insulti. Ora non si potrebbe più fare, ma aggiungerei “purtroppo” perché in realtà quel comportamento era propedeutico all’inserimento nel mondo del lavoro, aiutava a capire in quali condizioni avremmo potuto trovarci a lavorare in una produzione. Lui lo ammetteva: lo faceva per renderci in grado di sopportare l’enorme pressione che avremmo incontrato sul lavoro. E aveva ragione. Poi nel privato era una persona dolcissima, ma questo modo di insegnare mi ha aiutato tantissimo. Se dovessi dare un messaggio a degli aspiranti costumisti, infatti, direi proprio questo: cercate di capire se avete un carattere giusto, e con questo intendo di capire se siete in grado di non avere solo pensieri negativi, di non abbattervi, di imparare dai vostri errori. Bisogna essere dei pirati. Poi chiaramente la parte di formazione è importante e il Centro Sperimentale è stato fondamentale per me perché anche se è strutturato in modo diverso dall’università (non ci sono esami, etc.) mi ha stimolato a progredire e ad imparare sollecitando la mia voglia di fare. Per riuscire a fare questo mestiere bisogna voler conquistare il mondo, bisogna voler fare tutto, realizzare tutto. Comunque ci sono moltissime scuole valide che si possono frequentare; l’importante è non farsi condizionare dall’esame, dal voto.

Se dovessi scegliere un costume della tua carriera da esporre come il tuo preferito, quale sarebbe?
Il costume per me più bello, più riuscito, quello a cui sono più affezionato, l’ho realizzato nell’ultima stagione di La legge di Lidia Poët che ancora non è uscita! Perché possiate riconoscerlo vi dico che è un costume di tartan Harrys Tweed bianco e nero unito a un tessuto di Bevilacqua che si chiama Gotico, anch’esso bianco e nero ma con dei motivi che danno l’illusione di vedere delle facce che in realtà non ci sono.

©Giorgio Barbato FCP25 STEFANO CIAMMITTI

Dentro e fuori la scuola: gli insegnanti della vita

La regia dell'educazione

Il 24 gennaio si celebra la Giornata Internazionale dell’Educazione. Chi di noi non ha avuto un insegnante, un maestro, una professoressa che vorremmo ringraziare personalmente per quello che ci ha dato? Qualcuno che ci ha fatti sentire visti e ascoltati per la prima volta o che ci ha dato la sicurezza di perseguire le nostre passioni secondo le nostre attitudini? Queste figure sono uno dei capisaldi della società, spesso dimenticati o sottovalutati: con salari inadeguati, concorsi che sono un incubo burocratico e genitori sempre più coinvolti, nel bene e nel male, nella vita scolastica dei propri figli, il ruolo dell’educatore vanta però di una rappresentazione cinematografica quasi agiografica, dove sono rappresentati come veri e propri mentori, che educano alla vita e ai valori morali.  Il cinema dunque ci propone delle visioni in cui la figura dell'educatore abbandona il piedistallo e sceglie di osservare il conflitto, trasformando la classe in un laboratorio di realtà.

Vincitore della Palma d’Oro a Cannes nel 2008, il film La Classe - Entre les murs di Laurent Cantet è un capolavoro di cinema-verità. Racconta un intero anno scolastico dal punto di vista di un insegnante, interpretato da Francois Begaudeau, autore del romanzo semi-autobiografico da cui è tratto il film. Francois è un insegnante di lettere in una classe con ragazzi di diverse estrazioni sociali e diversi background culturali ed etnici. Dalle lezioni di grammatica e di letteratura si passa a uno spaccato della vita degli adolescenti, che parlano in modo colloquiale e sboccato, e che hanno ansie che precludono dalla scuola. François cerca di districarsi tra le complesse dinamiche dei suoi studenti: la classe rappresenta in piccolo quella che è la società francese in grande, dove sono già presenti tensioni razziali, pregiudizi e dinamiche di potere. L’unico strumento del professore è il dialogo: attraverso lo scambio di opinioni e pensieri, cercherà di creare un clima il più possibile comprensivo, in cui le differenze non possono appianarsi ma non devono per forza rappresentare un attrito.  Qui la tecnica cinematografica si fa invisibile: la camera a mano si muove tra i banchi come se fosse uno degli studenti, catturando l’energia nervosa degli adolescenti. Il protagonista, François, non è un eroe, ma un mediatore che usa l’unico strumento a sua disposizione: il dialogo. La regia di Cantet trasforma l’aula in un microcosmo della società francese, dove le lezioni di grammatica diventano il terreno di scontro tra pregiudizi e identità. Tecnicamente, il film lavora sulla profondità di campo e sui tempi lunghi delle inquadrature per mostrarci che educare non è trasmettere nozioni, ma gestire l’attrito costante tra mondi diversi.

Questa immagine tratta dal film ti ricorda qualcosa?
Sì, esatto! Si tratta dello still che abbiamo scelto come cover del nostro libro Cinema di Classe. Per una pedagogia dell'audiovisivo

Se Cantet sceglie il realismo, Freedom Writers (2007) utilizza una struttura narrativa più classica e "americana" per esplorare il potere della scrittura. Qui il cinema ci mostra come la narrazione visiva possa dare voce a chi è stato messo ai margini. L’intuizione dell’insegnante Erin Gruwell è squisitamente "redazionale": spingere ragazzi a rischio a scrivere il proprio diario. Il film ci insegna che cambiare lo storytelling della propria vita (passando da vittime di un ambiente criminale ad autori della propria storia) è il primo passo verso l'emancipazione. La materia umanistica qui non è una decorazione, ma un'arma di difesa.

 

In conclusione, non possiamo esimerci - parlando di scuola al cinema- dal citare il professor Keating. In questo caso, la regia di Peter Weir usa una fotografia calda e inquadrature che esaltano l'idealismo, costruendo un’iconografia che è rimasta scolpita nella memoria collettiva. Gli insegnanti raffigurati come un ponte, tra le aspettative della società e norme accademiche spesso considerate inutili, e il ricco, variegato e tumultuoso mondo interiore dei ragazzi. Lo scontro rappresentato è sempre quello tra realtà e idealismo, società e valori morali, e le materie umanistiche sono viste come l’unica finestra tra il cinismo della vita pratica e la sfera interiore. Tuttavia, il finale ci ricorda una verità amara: non sempre la bellezza vince contro il cinismo delle strutture sociali. Ma è proprio qui che risiede il senso profondo dell’insegnamento cinematografico: anche quando la tragedia sembra inevitabile, il fuori campo — ovvero ciò che resta nella mente degli studenti dopo che il professore se n’è andato — è il vero successo educativo.

In questa Giornata dell’Educazione, ringraziamo chi, ogni giorno, sceglie di stare "in scena" dietro quella cattedra, orchestrando con pazienza la regia del nostro futuro.


Quando ogni secondo conta

Zoom sul cortometraggio

C'è un pregiudizio che spesso accompagna il formato breve: l'idea che sia un allenamento per il lungometraggio, o un suo riassunto. Playing God, cortometraggio recentemente candidato agli Oscar, smentisce questa visione e si pone quale esempio efficace di come il formato breve possa oggi intercettare alcune delle tensioni più vive del cinema contemporaneo: in pochi minuti, il film riesce a costruire un mondo narrativo riconoscibile, un conflitto morale dalla forte identità visiva, senza mai dare l’impressione di essere un riassunto; al contrario, sembra nascere precisamente della misura che adotta, come se la sua forza dipendesse proprio dalla concentrazione.  In pochi minuti, il film non si limita a raccontare una storia, ma costruisce un’identità visiva e un conflitto morale così densi da risultare indimenticabili. La sua forza risiede proprio nella misura: non è un’opera ridotta, è un’opera concentrata.

 

Playing God, pur rappresentando un esempio di lavorazione pluriennale, invita a riflettere su una caratteristica sempre più centrale del cortometraggio, ovvero la sua accessibilità. Dal punto di vista produttivo, il corto è una forma che abbassa le soglie d’ingresso: richiede meno risorse economiche, troupe più snelle, tempi di lavorazione ridotti. Queto non significa necessariamente semplicità ma, piuttosto, possibilità: per molti creator è l’occasione di sperimentare linguaggi, tecniche e temi che difficilmente troverebbero spazio in un sistema industriale più rigido. In un’epoca in cui gli strumenti di produzione audio-video sono sempre più diffusi, il cortometraggio diventa un terreno democratico, aperto e potenzialmente inclusivo.

 

Tuttavia, l’accessibilità non riguarda solo chi crea, ma anche chi guarda: il pubblico contemporaneo vive immerso in un flusso continuo di stimoli, con tempi di attenzione sempre più frammentati; e il cortometraggio sembra dialogare naturalmente con questa condizione, non adattandosi passivamente ma trasformandola in una risorsa narrativa. La breve durata non è solamente una risposta alla diminuzione del focus ma, artisticamente e narrativamente, un’avvincente sfida: catturare l’attenzione subito, mantenerla senza dispersioni, lasciare un segno duraturo nonostante (o grazie a?) la rapidità dell’esperienza. In questo senso, il corto è una forma insieme libera e complicata: libera perché può permettersi di essere ellittica, ambigua, persino spiazzante; complicata perché non concede margini di errore. In un prodotto tanto serrato, ogni secondo conta, ogni scelta pesa.  Mentre viviamo in un’epoca di immagini generate istantaneamente, il regista Matteo Burani e l’animatrice Arianna Gheller ci ricordano che il cinema è, prima di tutto, materia. Playing God è un dark drama realizzato interamente in stop-motion, una tecnica antica che oggi maestri come Del Toro e Wes Anderson hanno riportato al centro della scena. Tecnicamente, il film è un miracolo di precisione: due anni di lavorazione per oltre 20.000 scatti, riducendo al minimo la post-produzione digitale. La scelta di mescolare puppet animation, clay animation e pixilation (l’animazione di attori umani a passo uno) crea un corto circuito visivo dove argilla, plastica e carne si confondono, portando lo spettatore in un laboratorio oscuro che è allo stesso tempo officina e tempio. L’originalità di Playing God risiede nel suo essere una metafora del lavoro dell’animatore. Il protagonista è uno scultore tormentato (un "Dio" in miniatura) che abbandona le sue creazioni quando non raggiungono la perfezione. La scultura numero 815 diventa il simbolo di una ricerca di identità che finisce nell’autodistruzione, trovando però conforto nell'empatia delle altre opere "deformi".

Nell’arco dei dieci edizioni di Ennesimo Film Festival abbiamo visionato migliaia di corti, portando all’attenzione del pubblico una multiforme varietà di temi, stili, culture ed entità produttive: il nostro archivio (accessibile su edu.ennesimoacademy.it) si arricchisce ogni anno di ulteriori esempi di quanto questa forma espressiva, talvolta erroneamente considerata minoritaria, costituisca spesso la punta di diamante della sperimentazione attiva della settima arte. Fortemente convinti che il cortometraggio si configura come una forma narrativa sempre più adatta alla contemporaneità: agile ma non superficiale, sintetico ma non banale. Non è un compromesso tra l’arte e la velocità, ma un punto di equilibrio instabile, fecondo e straordinariamente duttile. In un panorama audiovisivo in costante evoluzione, continua a dimostrare di non essere un formato di passaggio, ma uno spazio privilegiato in cui il cinema può ancora rischiare, reinventarsi e parlare con forza, anche e soprattutto in pochi, intensissimi minuti.