Era il 2017 quando per la prima volta ci si rese conto di quanto potessero essere insidiosi anche i social network apparentemente più innocui. In una fase in cui le piattaforme accusate di essere pericolose a livello sociale erano soprattutto Facebook, Twitter e YouTube – sospettate di diffondere a macchia d’olio le più pericolose teorie del complotto e di aver causato la crescente polarizzazione politica – uno studio della Royal Society for Public Health scoprì invece che i giovanissimi consideravano Instagram il social network più rischioso per il loro benessere.
Fino a quel momento, Instagram era rimasto immune alle polemiche che avevano in più occasione travolto i suoi concorrenti ed era considerato una piattaforma tutto sommato inoffensiva, in cui postare foto delle vacanze o delle feste e dove seguire le vicende delle più note celebrità. E allora per quale ragione le ragazze e i ragazzi coinvolti nello studio avevano indicato il social network fondato nel 2010, e diventato popolare attorno al 2014, come il peggiore in assoluto per la loro salute mentale, ansia, qualità del sonno e autostima?
La ragione di questa percezione così negativa risiedeva probabilmente nella combinazione tra l’esposizione della propria immagine personale – inevitabile su un social fotografico – e le metriche quantitative dei follower e dei like, che si trasformavano in veri e propri punteggi in grado di quantificare con grande precisione (o dare l’impressione di farlo) il “successo” che si ha tra i propri amici.
Un costante concorso di popolarità
Instagram si era insomma trasformato in una sorta di interminabile concorso di popolarità, in cui la propria immagine e la propria vita personale erano costantemente sottoposti al giudizio altrui. Altro che innocuo social fotografico, questa piattaforma era diventata una vetrina di vite forzatamente patinate in cui tutti erano costantemente in viaggio, partecipavano a feste esclusive o prendevano il sole in spiaggia. Una narrazione parziale e poco sincera delle nostre esistenze, in grado però di aumentare il disagio di chi, in quel momento, si trova invece sul divano a scrollare in solitudine i post e le storie altrui.
Già questi elementi ci aiutano a capire come i social network – e Instagram in particolare – non fossero mai stati soltanto dei luoghi pensati per l’intrattenimento e la comunicazione, ma anche e soprattutto degli ambienti in cui si sono formate le identità personali e la narrazione che facciamo di noi stessi, in cui abbiamo coltivato relazioni sociali e parasociali (ovvero rapporti unilaterali, in cui si prova un senso di vicinanza verso persone che non ci conoscono, come possono essere influencer e creator) e dove abbiamo depositato una parte consistente delle nostre memorie, documentando i momenti più significativi ma anche il semplice scorrere delle nostre vite (come avviene, per esempio, tramite le carrellate mensili di fotografie, i cosiddetti “dump”, che ripercorrono il periodo appena trascorso).
Tutto ciò ha anche, ovviamente, degli aspetti positivi: tramite i social creiamo dei ricordi condivisi, entriamo in contatto con chi ha passioni e interessi in comune, manteniamo con più facilità i rapporti personali ed entriamo in un flusso di esperienze comuni che spesso possono anche rafforzare il senso di appartenenza sociale. Elementi confermati da una recente ricerca di Pew Research, che mostra come i social network facciano sentire “più connessi con i loro amici” il 74% degli adolescenti statunitensi e come il 63% li consideri “un luogo in cui mostrare il proprio lato creativo”.
Eppure, il prezzo da pagare per questi aspetti positivi è molto elevato. Nella stessa ricerca, il 48% degli adolescenti ammette che le piattaforme social siano più dannose che benefiche (percentuale che era del 32% nel 2022), mentre solo l’11% ha un’opinione contraria (in calo rispetto al 24% del 2022). Se non bastasse, il 45% degli adolescenti interpellati ammette di trascorrere “troppo tempo sui social” e il 25% delle ragazze e il 14% dei ragazzi pensa che i social media siano dannosi per la loro salute mentale.
Dati che smentiscono, prima di tutto, l’idea secondo la quale gli adolescenti utilizzino questi strumenti in modo inconsapevole e senza avere cognizione delle possibili ripercussioni sul loro benessere. Ma se le cose stanno così, perché i ragazzi – e non solo loro – non abbandonano i social? L’elemento più importante da considerare in questo contesto è il cosiddetto “costo di uscita”, ovvero il prezzo sociale, relazionale e informativo che una persona paga quando decide di lasciare una piattaforma. Nei contesti social questo costo è legato soprattutto agli effetti di rete: più una piattaforma è centrale per le relazioni, gli inviti, le conversazioni e la visibilità, più abbandonarla significa perdere contatti e partecipazione alla vita sociale. In poche parole, abbandonare i social rischia di causare un’altra forma di ansia, nota come FOMO (fear of missing out): il timore di perdere opportunità sociali, culturali e comunicative, restando così tagliati fuori dal resto del gruppo.
Eppure, una reazione da parte soprattutto dei più giovani c’è stata ed è diventata sempre più evidente negli ultimi anni. Una reazione che non riguarda i presunti fenomeni di abbandono completo degli smartphone e dei social (che riguardano in realtà una percentuale quasi irrisoria della popolazione), ma semmai una trasformazione del loro utilizzo.
Il collasso dei contesti
Per capire come si stia trasformando l’utilizzo dei social, bisogna però fare prima un passo indietro. Nel corso del 2024 è emersa con ancora più forza una tendenza in realtà in corso da tempo: la frequenza con cui gli utenti dei social network condividono contenuti personali sta continuando a scendere. Opinioni sulla polemica del giorno, fotografie delle vacanze, ricordi nostalgici in cui taggare qualche amico, video di matrimoni e tutto ciò che, agli inizi dell’epoca social, era l’assoluto protagonista dei contenuti pubblicati sulle piattaforme sta diventando merce sempre più rara.
Al loro posto, gli utenti si limitano sempre più spesso a condividere link di articoli online (e altri contenuti esterni al social network) o a seguire le loro pagine preferite: di sport, di meme, di moda, di cultura, scienza o qualunque altra cosa. Una modalità di fruizione molto pericolosa per i proprietari della piattaforma: i contenuti personali e intimi sono infatti quelli che generano il maggior tasso di engagement (pensate a quanti like e commenti riceve il post in cui si annuncia, per esempio, l’arrivo di un bebè), massimizzando quindi la partecipazione degli utenti e di conseguenza la loro permanenza sulla piattaforma. Due elementi – partecipazione e permanenza – fondamentali per ogni social, che attraverso di essi impara a conoscerci sempre meglio e ci espone per il maggior tempo possibile ad annunci personalizzati.
Ma perché sta avvenendo tutto ciò? Qual è la ragione profonda per cui le persone stanno smettendo di condividere materiale personale? Due ricercatori accademici, Jenny L. Davis e Nathan Jurgenson, sono stati tra i primi a indagare questo fenomeno, pubblicando già nel 2014 un paper intitolato “Il collasso del contesto”, in cui spiegavano come, sui social, i confini della nostra vita privata, professionale, parentale e altro collassano in un amalgama indistinto.
In poche parole, sui social tradizionali (a partire dal vecchio Facebook) si fondono contesti molto diversi della nostra vita: tra i contatti annoveriamo amici che frequentiamo regolarmente e altri che non vediamo da una vita, parenti vicini e distanti, compagni di scuola, persone appena conosciute e altri ancora. Come si può, in una situazione di questo tipo, condividere opinioni, video e altri contenuti personali sapendo che raggiungeranno persone così differenti? Ha senso pubblicare il video di una festa con amici sapendo che la vedranno anche i genitori? E perché dovrei esprimere un’opinione politica rischiando di trovarmi a discutere con una prozia che conosco a malapena?
Se nella vita offline tutte queste sfere restano distinte – permettendo di comportarci in maniera diversa se ci troviamo tra amici, parenti, conoscenti o altro – sui social network questi contesti differenti collassano, creando un ambiente eccessivamente eterogeneo e in cui è impossibile assumere un’unica personalità che possa adattarsi a tutti. È questo che ha causato il calo nella condivisione di contenuti personali. Ed è questo che ha portato a una “biforcazione social” che, soprattutto con l’emergere di TikTok, è diventata sempre più evidente.
La biforcazione dei social
TikTok è infatti una piattaforma completamente differente rispetto a Facebook e Instagram (già tra loro molto diversi) e che per certi versi rovescia completamente il meccanismo di questi strumenti, avvantaggiandosi così dei cambiamenti nella fruizione che hanno penalizzato altri social. Altro che “rete sociale” a cui tutti partecipano: su TikTok si stima che il 50% degli utenti non abbia mai pubblicato un video e che gli utenti regolarmente attivi siano una piccola minoranza, mentre la stragrande maggioranza si limita a consumare il materiale prodotto da creator professionisti e aspiranti tali. Come ha scritto sul New York Times l’esperto di Media Ben Smith, “TikTok mette in mostra un flusso ininterrotto di video e, a differenza dei social network che sta rapidamente sostituendo, ha una funzione più di intrattenimento che di connessione con gli amici”.
In questo senso, l’era dei social per come li abbiamo finora conosciuti si sta chiudendo: la fruizione della piattaforma oggi dominante è principalmente passiva e ricorda più una sorta di piccola televisione molto accelerata e formato smartphone di quanto non ricordi il classico utilizzo dei social. Allo stesso tempo, anche su X (che però segue logiche parzialmente differenti), Instagram e in misura minore Facebook a essere attivi nella condivisione di contenuti sono soprattutto personalità pubbliche, celebrità, influencer e creator. In poche parole, a causa del collasso del contesto gli utenti normali si limitano a scrollare, mentre a produrre i contenuti è soltanto chi ha interesse a raggiungere un pubblico il più ampio possibile per motivi professionali.
La fine di una certa fruizione dei social significa che gli utenti non sono più interessati a condividere contenuti di ogni tipo online? In realtà, no. Soprattutto i più giovani si stanno però trasferendo in quelli che la Harvard Business Review ha definito “falò digitali” (digital campfire), spazi in cui gruppi più piccoli di persone si riuniscono al riparo da sguardi indiscreti e dove possono comportarsi in modo maggiormente spontaneo.
I falò digitali, che prendono la forma di gruppi su Whatsapp o canali di Telegram e Discord, sono quindi luoghi intimi, dove ci si raduna assieme a poche persone fidate, condividendo passioni, interessi e conversazioni che in un contesto di sovraesposizione (come quello di Facebook o Instagram) verrebbero inevitabilmente distorte o filtrate. È un’evoluzione che era stata confermata già nel 2023 dal responsabile di Instagram, Adam Mosseri, che intervistato dal podcast 20VC ha affermato: “Se osservi il comportamento degli adolescenti su Instagram, si nota come ormai passino più tempo sui messaggi di quanto non facciano sulle storie o sul feed principale”.
Al netto dei rischi sempre presenti – sui social e altrove – legati alla disinformazione, questa biforcazione nell’utilizzo delle piattaforme potrebbe avere l’effetto di ridurre l’ansia da prestazione legata ai like e ai follower, ormai una “esternalità negativa” che colpisce soprattutto i creator, e consentire una comunicazione più intima e spontanea all’interno di falò digitali.
Amici artificiali
Se fino a qualche anno fa si sfruttavano i social anche per ottenere visibilità, con il rischio però di sentirsi giudicati e quindi di essere soggetti a un aumento dell’ansia, adesso si va invece in cerca di esperienze quanto più private possibili. Ed è proprio per soddisfare al massimo questa esigenza di riservatezza che un numero crescente di persone, soprattutto tra i giovani, si rivolgono e si confidano sempre più spesso con chi, per definizione, non ci giudica mai: l’intelligenza artificiale.
Secondo alcuni recenti studi, circa il 35% degli utenti di ChatGPT – percentuale che sale fino al 50% tra i più giovani – sfrutta l’intelligenza artificiale di OpenAI per confidarsi e cercare supporto emotivo, segnalando tra le principali ragioni di questo utilizzo proprio la possibilità di esprimersi liberamente senza essere giudicati. I rischi, però, sono parecchi: il primo è il cosiddetto effetto sycophant (termine che in inglese significa “accondiscente”, ma con una sfumatura manipolatoria), cioè la tendenza dei modelli a compiacere l’interlocutore, confermandone convinzioni, emozioni e interpretazioni invece di metterle in discussione, anche quando sarebbero problematiche o dannose.
Il secondo riguarda la natura stessa delle relazioni sociali, che sono fatte anche di attriti e rifiuti: elementi faticosi, ma indispensabili, che le AI tendono a eliminare per massimizzare la permanenza degli utenti sulla piattaforma, coinvolgendoli in vere e proprie maratone conversazionali che possono durare anche molte ore, con il risultato paradossale di aumentare la solitudine in chi sta spesso cercando un rimedio alla solitudine stessa. Infine c’è il rischio, tutt’altro che teorico, di consigli gravemente errati, come mostrato dai vari chatbot che, nel tentativo di mostrarsi empatici, hanno legittimato comportamenti autodistruttivi e minimizzato, quando non incoraggiato, i segnali di disagio che erano stati loro confessati.
Sotto molti punti di vista, queste pseudo-relazioni con l’intelligenza artificiale rischiano di ricreare in forma diversa alcuni dei pericoli che da sempre hanno caratterizzato i social network, in termini di isolamento, sostituzione di relazioni complesse e il rafforzamento di bolle emotive in cui le proprie convinzioni vengono rafforzate invece che messe alla prova.
Anche in questo caso, non si tratta di pericoli che corrono soltanto i più giovani, ma che sono inevitabilmente maggiori per chi ancora si trova in età di formazione. È molto probabile – e sicuramente auspicabile – che siano gli stessi ragazzi a rendersi conto di tutto ciò, come già è avvenuto con i social da cui siamo partiti. Se la generazione Z sta faticosamente riuscendo a liberarsi dagli elementi più nocivi dei social network, alla generazione Alpha (che sta adesso entrando nell’età dell’adolescenza) spetterà quindi un compito probabilmente ancora più difficile: non cascare nella trappola parasociale dell’intelligenza artificiale.