Da che parte stai?

Il 24 settembre è stato approvato il nuovo decreto Scuola, che prevede un tetto del 30% di studenti stranieri per classe (intesi come senza cittadinanza italiana e non nati in Italia), corsi di italiano obbligatori per i genitori stranieri e il divieto di niqab e burka per le studentesse, con sanzioni fino a mille euro in entrambi i casi. Molte scuole sono scese in piazza, ricordando che i problemi reali sono altri: aule che mancano, riscaldamento assente, edifici fatiscenti, fondi insufficienti. La compresenza di culture in classe è un dato di fatto, non un’emergenza da risolvere per imposizione.

Il cinema aveva già raccontato dove porta questa strada. Nel 2008 arrivano in Italia due film che, letti insieme, sembrano scritti per l’oggi.

Ma c’è di più: il cinema ha anche gli strumenti per insegnare a fare il percorso opposto, quello dell’accoglienza.

Un saggio può argomentare che la diversità non è una minaccia. Il linguaggio cinematografico ti fa sentire cosa significa essere l’altro. Lo fa con strumenti precisi, che vale la pena conoscere per aiutare gli studenti a comprendere le scelte stilistiche dei registi e a guardare in modo consapevole un prodotto audiovisivo (che è da sempre la mission di Ennesimo Academy!). Quindi, quali sono gli strumenti che si possono usare?

PRIMO PIANO Il teorico ungherese Béla Balázs riconosceva al cinema la capacità di rendere leggibile il volto umano in ogni minima sfumatura. Davanti a un volto ripreso da vicino non c’è lingua, religione o provenienza che tenga: vediamo paura, imbarazzo, desiderio di essere accettati. È l’emozione, non l’etichetta, a rivolgersi a noi.

SOGGETTIVA Quando la macchina da presa si pone all’altezza e nello sguardo del personaggio, lo spettatore smette di osservare e comincia a vedere con i suoi occhi. Una classe, una strada, una regola possono apparire improvvisamente ostili o incomprensibili, e capiamo perché.

CAMPO/CONTROCAMPO L’alternanza di inquadrature tra due interlocutori è il dispositivo con cui il cinema costruisce il dialogo. Concede a entrambe lo stesso spazio e la stessa dignità, e quando a una delle due parti viene negata, spesso lo si vede proprio da come la regia gestisce questo scambio.

MONTAGGIO L’effetto Kuleshov, dal nome del regista sovietico che lo sperimentò negli anni Venti, dimostra che il significato di un’immagine nasce dal suo accostamento con un’altra. Lo stesso volto, montato accanto a immagini diverse, viene letto in modo diverso. Il montaggio può dunque rafforzare un pregiudizio o smontarlo.

Sono scelte di linguaggio, e sono ciò che trasforma la visione di un film da svago a esperienza di conoscenza. Per questo, in classe, il cinema è uno strumento di educazione civica, non un’appendice.

Tornando a noi, quali sono degli esempi cinematografici che raccontano le oppressioni e le diversità tra gli adolescenti?

Nel 2008 arriva in Italia Persepolis (Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud), tratto dal fumetto autobiografico di Satrapi. Segue una bambina irriverente nell’Iran della rivoluzione islamica e poi in Europa. Marjane è soffocata dalle regole che il nuovo regime impone alle donne, ma altrove non trova la libertà che le era stata promessa: anche l’Occidente le chiede di conformarsi. È un film sull’identità, che nessuna uniforme, né imposta né vietata, può decidere al posto di chi la vive. Si tratta di un film animato con il presente a colori e il passato in bianco e nero, e lo stile grafico semplificato lavora in direzione opposta a quella che ci si aspetterebbe. Il fumettista Scott McCloud, in Capire il fumetto, ha descritto questo meccanismo come “amplificazione attraverso la semplificazione”: più un volto è stilizzato, più chi guarda può riconoscervisi. Marjane non è “una ragazza iraniana” riconoscibile solo da chi ha vissuto la sua storia: è una ragazza in cui qualunque adolescente può rispecchiarsi. Il contrasto netto di luce e ombra, con richiami all’espressionismo e alle tradizioni figurative persiane, rende inoltre visibile l’oppressione senza bisogno di mostrarla in modo esplicito. Il tratto è un ponte culturale.

Tra i film che meglio raccontano come il linguaggio cinematografico mostra il meccanismo dell’esclusione ricordiamo L’Onda. La pellicola di Dennis Gansel trasporta in un liceo tedesco l’esperimento del professor Ron Jones, che nel 1967 dimostrò ai suoi studenti con quanta facilità un movimento autoritario possa prendere piede. Il film lo ambienta in Germania, e il peso storico della vicenda diventa enorme. Il film è anche un modello di analisi delle forme dell’appartenenza. Il gruppo infatti si costruisce con elementi di mise en scène che lo spettatore impara a riconoscere: la camicia bianca uguale per tutti, il nome, il simbolo, il saluto, il passo cadenzato nell’aula. Sono segni visivi e sonori che livellano gli individui e cancellano le differenze. Guardare il film con attenzione al linguaggio significa accorgersi di quando l’inquadratura smette di isolare i singoli volti per mostrare una massa omogenea, e quanto è seducente quella massa per chi, fino a quel momento, si sentiva escluso. L’autoritarismo non si presenta come tale, ma come ordine, appartenenza, soluzione semplice. Il cinema ce lo mostra prima che sia troppo tardi.

Cosa abbiamo imparato (o dimenticato)?
Quando una politica trasforma la diversità in un problema da gestire con divieti e multe, forse la lezione di Persepolis l’abbiamo letta male, e quella dell’Onda dimenticata. La Francia vieta già da anni niqab e burka nelle istituzioni pubbliche: è un precedente, non un modello. Lo racconta, senza dirlo apertamente, Un anno di scuola di Laura Samani. Fred, giovane svedese, si trasferisce in un ITIS di Trieste negli anni Novanta e si ritrova unica ragazza in una classe di soli maschi. Una lingua e un mondo che non conosce, esclusione, bullismo, e poi una strada tutta sua. Il film non parla di integrazione in senso stretto, ma è un ottimo banco di prova per quanto detto sopra: come l’inquadratura colloca Fred rispetto al gruppo? Quando la vediamo isolata nello spazio e quando inclusa? Quanto il suono, la lingua e il silenzio ci fanno sentire la sua distanza? Sono domande che gli studenti sanno porsi, se qualcuno insegna loro a farlo. Ma Fred è, per qualcuno, lo straniero “giusto”: bianca, europea, cristiana. Non lasciamo che l’empatia abbia un solo volto, una sola storia, un solo continente, una sola religione.

Eppure nelle scuole c’è posto per Fred, e per Marjane e per tutti gli altri....

In classe: tre esercizi di sguardo

  1. Guardare senza sentire. Proiettate una scena di Persepolis o dell’Onda senza audio e chiedete agli studenti chi ha potere, chi lo subisce e come lo capiscono solo dalle inquadrature, dai gesti, dai costumi. Poi rivedetela con il sonoro e confrontate.
  2. Il volto e il gruppo. Individuate nell’Onda il momento in cui il film passa dai primi piani dei singoli alle inquadrature d’insieme. Che cosa guadagna il gruppo? Che cosa perde l’individuo?
  3. Girare un campo/controcampo. Con i telefoni, gli studenti realizzano una conversazione di trenta secondi tra due compagni che non si capiscono (per lingua, per cultura, per ruolo) e decidono dove mettere la macchina da presa. È il modo più rapido per capire che ogni inquadratura è una scelta morale.