Dirigere un Festival

Joana Fresu de Azevedo - codirettrice di sedicicorto

Dal buio della sala non si vede quasi nulla del lavoro che sta dietro un festival di cinema: scegliere una linea, costruire una squadra, farla funzionare per mesi. Per la nostra serie di interviste ai mestieri del cinema abbiamo parlato con Joana Fresu de Azevedo, codirettrice di Sedicicorto, festival di cortometraggi di Forlì, e vicepresidente di AFIC, l’Associazione Festival Italiani di Cinema. In questa prima parte ci racconta che cosa fa un direttore di festival e come da una laurea in africanistica si arrivi a dirigerne uno.


In cosa consiste il lavoro di un direttore di festival cinematografico?
Il direttore coordina, all’interno della linea artistica ed editoriale del festival, tutti i comparti attivi durante la manifestazione. È anche colui che sceglie lo staff e fa in modo che il team funzioni in maniera rodata, non solo nei giorni del festival ma in tutte le fasi che portano alla sua realizzazione. Concretamente, il lavoro ha tante sfaccettature e dipende da moltissimi fattori.

Hai parlato di linea editoriale. La decide il direttore?
Tendenzialmente sì: il direttore artistico, eventualmente insieme a un direttore organizzativo, se presente. Ogni festival ha una propria particolarità, un proprio modo di porsi. Per Sedicicorto l’idea è creare un evento in cui chiunque, dal grande ospite al pubblico al regista selezionato, si senta dentro una piccola grande famiglia: senza troppi formalismi e in ascolto reciproco. Una linea così deve essere accompagnata da tutto un mondo, una comunicazione inclusiva e partecipativa, l’apertura al pubblico, momenti di coinvolgimento che non siano solo la “semplice” proiezione.“Un festival non si fa con una sola persona.”

Come in altre professioni del cinema, anche qui emerge il lavoro collettivo. Il direttore è come un regista che coordina chi collabora allo stesso progetto?
Un direttore che volesse gestire da solo un’intera manifestazione, dopo due giorni sarebbe probabilmente ricoverato. E sì, il paragone con il regista regge: come un film non lo fa solo il regista ma tutta la crew, così un festival. Il direttore senza il fonico non riesce a far sentire la sua voce; senza ufficio stampa e social media manager non riesce a comunicare che cosa sta facendo; senza chi va a prendere gli ospiti o chi accoglie il pubblico in sala, dà informazioni e segnala i problemi, il festival non si fa.

Come si arriva a fare il direttore di festival? Qual è il tuo percorso?
Il mio caso è particolare, perché la mia formazione è tutt’altra: sono africanista, laureata in Relazioni Internazionali dell’Africa sub-sahariana. Ma la vita è fatta di enormi piani B: a un certo punto ho deciso di fare la volontaria a un festival, partendo semplicemente dalla passione per il cinema. Da lì è iniziato un percorso molto più incisivo e ho scoperto che la mia laurea serviva per tutto ciò che riguarda progettazione, gestione e presentazione dei bandi, cioè la parte burocratica di un festival. Ho messo le mie competenze, invece che al servizio della cooperazione internazionale, al servizio di un festival. Ma la mia formazione è essenzialmente sul campo: ho imparato a fare festival facendo festival.

A sedicicorto sei codirettrice. Come si gestisce una codirezione?
È una questione delicata, e per esperienza personale è possibile solo se c’è una conoscenza approfondita tra le due persone. Collaboro con sedicicorto da dieci anni e lavoro con Gianluca Castellini in contatto quotidiano, giorno e notte, weekend compresi. Così sappiamo bene cosa delegarci e chi deve occuparsi di cosa. Mantenere questo equilibrio è ciò che ci permette, ogni anno, di firmare insieme la direzione artistica.

Nella seconda parte, Joana ci racconta perché sedicicorto ha scelto di occuparsi solo di cortometraggi e come lavora con le scuole.