Zoom sul cortometraggio

C'è un pregiudizio che spesso accompagna il formato breve: l'idea che sia un allenamento per il lungometraggio, o un suo riassunto. Playing God, cortometraggio recentemente candidato agli Oscar, smentisce questa visione e si pone quale esempio efficace di come il formato breve possa oggi intercettare alcune delle tensioni più vive del cinema contemporaneo: in pochi minuti, il film riesce a costruire un mondo narrativo riconoscibile, un conflitto morale dalla forte identità visiva, senza mai dare l’impressione di essere un riassunto; al contrario, sembra nascere precisamente della misura che adotta, come se la sua forza dipendesse proprio dalla concentrazione.  In pochi minuti, il film non si limita a raccontare una storia, ma costruisce un’identità visiva e un conflitto morale così densi da risultare indimenticabili. La sua forza risiede proprio nella misura: non è un’opera ridotta, è un’opera concentrata.

 

Playing God, pur rappresentando un esempio di lavorazione pluriennale, invita a riflettere su una caratteristica sempre più centrale del cortometraggio, ovvero la sua accessibilità. Dal punto di vista produttivo, il corto è una forma che abbassa le soglie d’ingresso: richiede meno risorse economiche, troupe più snelle, tempi di lavorazione ridotti. Queto non significa necessariamente semplicità ma, piuttosto, possibilità: per molti creator è l’occasione di sperimentare linguaggi, tecniche e temi che difficilmente troverebbero spazio in un sistema industriale più rigido. In un’epoca in cui gli strumenti di produzione audio-video sono sempre più diffusi, il cortometraggio diventa un terreno democratico, aperto e potenzialmente inclusivo.

 

Tuttavia, l’accessibilità non riguarda solo chi crea, ma anche chi guarda: il pubblico contemporaneo vive immerso in un flusso continuo di stimoli, con tempi di attenzione sempre più frammentati; e il cortometraggio sembra dialogare naturalmente con questa condizione, non adattandosi passivamente ma trasformandola in una risorsa narrativa. La breve durata non è solamente una risposta alla diminuzione del focus ma, artisticamente e narrativamente, un’avvincente sfida: catturare l’attenzione subito, mantenerla senza dispersioni, lasciare un segno duraturo nonostante (o grazie a?) la rapidità dell’esperienza. In questo senso, il corto è una forma insieme libera e complicata: libera perché può permettersi di essere ellittica, ambigua, persino spiazzante; complicata perché non concede margini di errore. In un prodotto tanto serrato, ogni secondo conta, ogni scelta pesa.  Mentre viviamo in un’epoca di immagini generate istantaneamente, il regista Matteo Burani e l’animatrice Arianna Gheller ci ricordano che il cinema è, prima di tutto, materia. Playing God è un dark drama realizzato interamente in stop-motion, una tecnica antica che oggi maestri come Del Toro e Wes Anderson hanno riportato al centro della scena. Tecnicamente, il film è un miracolo di precisione: due anni di lavorazione per oltre 20.000 scatti, riducendo al minimo la post-produzione digitale. La scelta di mescolare puppet animation, clay animation e pixilation (l’animazione di attori umani a passo uno) crea un corto circuito visivo dove argilla, plastica e carne si confondono, portando lo spettatore in un laboratorio oscuro che è allo stesso tempo officina e tempio. L’originalità di Playing God risiede nel suo essere una metafora del lavoro dell’animatore. Il protagonista è uno scultore tormentato (un "Dio" in miniatura) che abbandona le sue creazioni quando non raggiungono la perfezione. La scultura numero 815 diventa il simbolo di una ricerca di identità che finisce nell’autodistruzione, trovando però conforto nell'empatia delle altre opere "deformi".

Nell’arco dei dieci edizioni di Ennesimo Film Festival abbiamo visionato migliaia di corti, portando all’attenzione del pubblico una multiforme varietà di temi, stili, culture ed entità produttive: il nostro archivio (accessibile su edu.ennesimoacademy.it) si arricchisce ogni anno di ulteriori esempi di quanto questa forma espressiva, talvolta erroneamente considerata minoritaria, costituisca spesso la punta di diamante della sperimentazione attiva della settima arte. Fortemente convinti che il cortometraggio si configura come una forma narrativa sempre più adatta alla contemporaneità: agile ma non superficiale, sintetico ma non banale. Non è un compromesso tra l’arte e la velocità, ma un punto di equilibrio instabile, fecondo e straordinariamente duttile. In un panorama audiovisivo in costante evoluzione, continua a dimostrare di non essere un formato di passaggio, ma uno spazio privilegiato in cui il cinema può ancora rischiare, reinventarsi e parlare con forza, anche e soprattutto in pochi, intensissimi minuti.