Alla scoperta dei Mestieri del Cinema #3
Stefano Ciammitti - costumista
Costumista e disegnatore italiano nato a Bologna nel 1989. Allievo di Piero Tosi, ha firmato i costumi di Io Capitano di Matteo Garrone, La legge di Lidia Pöet (stagione 1 e 2) di Matteo Rovere.
*header image by © Federica Bettocchi FCP 25 STEFANO CIAMMITTI
Puoi spiegare in cosa consiste concretamente il lavoro di un costumista? Mi riferisco sia alla parte pratica (dal disegno dei bozzetti alla realizzazione dei costumi) sia alla parte concettuale (come si crea un costume che corrisponda o si adatti alla psicologia e al carattere di un personaggio)
Mi rendo conto che non è facile capire cosa facciamo esattamente: questo vale non solo per i ragazzi ma anche per gli adulti. Molti pensano che io disegni e basta, altri che io mi limiti a cucire. In realtà il mio ruolo è paragonabile a una regia dei costumi. Io disegno ma molti miei colleghi non sanno disegnare e delegano questa parte ai loro collaboratori. Quello che noi facciamo è coordinare tantissime professionalità, tante persone che hanno dei lavori e delle competenze molto specialistiche. Ad esempio, ci sono tagliatori che tagliano solo vestiti del Seicento. Per ogni produzione io devo gestire il personale, scegliere le persone migliori che possono a mio parere lavorare al meglio per il nostro scopo. Poi passo nelle sartorie a “raggruppare gli eserciti” di abiti per tutte le figurazioni. Infine devo parlare con registi e produttori per presentare e sostenere le mie idee riguardo ai costumi ipotizzati. Non ultimo, bisogna anche dialogare con l’interprete, ottenere la sua fiducia per farlo entrare in un personaggio attraverso i costumi che ho scelto. Questo non è sempre facile. Pensiamo ad esempio ai costumi dell’Ottocento: entrare in un busto stretto o avere un cuscino dietro il sedere ti fa accomodare su una sedia in un certo modo, diverso da come ci si siede oggi. Anche questo fa parte delle nostre competenze: noi insegniamo agli attori anche come muoversi in certe circostanze. Ci dev’essere un rapporto simbiotico anche con loro. Certo, se un attore o un’attrice è malleabile, anche il nostro compito diventa più semplice. Il mio lavoro è quindi molto complesso perché coinvolge svariati campi del sapere, tra cui la psicologia, oserei dire!
Com’è il rapporto con il regista quando dovete decidere lo stile visivo di un film?
Il rapporto cambia molto da regista a regista, è diverso ogni volta. Questo è un aspetto molto interessante del nostro mestiere, una cosa che amo molto: entrare in contatto con mondi diversi, portare il proprio mondo nella visione di un altro ma al contempo anche essere al servizio di questo altro mondo. Ci sono registi che si affidano di più e vogliono che il tuo mondo entri nel loro, mentre altri hanno bisogno di essere seguiti pedissequamente. Il mio modus operandi è parlare tanto con loro prima di iniziare a fare disegni e progetti. E ancor prima è trovare tantissime immagini, tanta documentazione. Per Io capitano Garrone ha passato addirittura tre anni a cercare e raccogliere immagini. Per vederle tutte ho impiegato almeno quattro giorni. Già da questo si può capire quanto lavoro sui costumi ci sia dietro a un progetto ancor prima di ultimare la sceneggiatura, ancor prima di chiamare un costumista: la mia opera comincia spesso come uno studio su un lavoro che c’è già stato precedentemente. Dopodiché si parla, si discute, ci si scambiano idee per capire quale sia la direzione da dare al progetto. Io ho avuto la fortuna di lavorare con tantissimi registi, da Ferzan Ozpetek a Matteo Rovere, e ho sperimentato che ognuno ha un modo di lavorare diverso, ogni regista ha esigenze differenti. Per Garrone, ad esempio, ho cercato di “scomparire”, rispettando il più possibile la cultura che stavamo provando – con tutta umiltà – a raccontare. Invece per le tre stagioni di La legge di Lidia Poët sapevamo che ci stavamo rivolgendo a un pubblico che desiderava vedere cose alla moda, voleva svagarsi, aveva voglia di estro (inteso sia nell’accezione performativa sia nell’accezione visiva, ovvero l’estro di Matilda De Angelis e il mio). Essendo le storie raccontate in questa serie fondamentalmente dei racconti “alla Sherlock Holmes”, ruotano tutte intorno al carattere del personaggio principale, che andava dunque sottolineato anche a livello visivo, di costumi: in questo caso come costumista non dovevo affatto scomparire bensì sfoggiare le mie abilità.
Lucia Iuorio - Netflix
Quanto del tuo lavoro è condizionato dall’iter produttivo di un’opera? Immagino che tu ti debba confrontare con la produzione sulle questioni relative al budget ma credo che anche la destinazione e la tipologia dell’opera abbiano un peso: realizzare i costumi per un film è diverso dal realizzarli per una serie?
La verità è che bisogna sempre essere scaltri, furbi e sapere su cosa investire. Sempre di più gli audiovisivi come le serie vengono fruiti sulle piattaforme attraverso schermi anche piccoli. Allora vale la pena di concentrarsi su quello che sicuramente si vedrà, ovvero – e lo dico con tristezza – sulla parte del corpo che va dalla vita in su. Questo permette una vera economia del lavoro, intesa sia come sforzo intellettuale sia come risparmio di risorse (tempo e, ovviamente, denaro). Se invece devo lavorare a un grande film in cui sono previste e necessarie inquadrature che si allargano oltre il piano americano per creare relazioni particolari dei personaggi con l’ambiente, allora mi oriento verso un’altra direzione.
Ci parli del tuo percorso di formazione?
Io ho avuto la fortuna di avere questo maestro incredibile, Piero Tosi, che è stato il più grande costumista della storia del cinema, accanto a Danilo Donati. Sin da quando ho fatto la selezione per entrare al Centro Sperimentale (e poi durante le lezioni) lui “recitava”: era spietato, faceva piangere gli studenti con degli insulti. Ora non si potrebbe più fare, ma aggiungerei “purtroppo” perché in realtà quel comportamento era propedeutico all’inserimento nel mondo del lavoro, aiutava a capire in quali condizioni avremmo potuto trovarci a lavorare in una produzione. Lui lo ammetteva: lo faceva per renderci in grado di sopportare l’enorme pressione che avremmo incontrato sul lavoro. E aveva ragione. Poi nel privato era una persona dolcissima, ma questo modo di insegnare mi ha aiutato tantissimo. Se dovessi dare un messaggio a degli aspiranti costumisti, infatti, direi proprio questo: cercate di capire se avete un carattere giusto, e con questo intendo di capire se siete in grado di non avere solo pensieri negativi, di non abbattervi, di imparare dai vostri errori. Bisogna essere dei pirati. Poi chiaramente la parte di formazione è importante e il Centro Sperimentale è stato fondamentale per me perché anche se è strutturato in modo diverso dall’università (non ci sono esami, etc.) mi ha stimolato a progredire e ad imparare sollecitando la mia voglia di fare. Per riuscire a fare questo mestiere bisogna voler conquistare il mondo, bisogna voler fare tutto, realizzare tutto. Comunque ci sono moltissime scuole valide che si possono frequentare; l’importante è non farsi condizionare dall’esame, dal voto.
Se dovessi scegliere un costume della tua carriera da esporre come il tuo preferito, quale sarebbe?
Il costume per me più bello, più riuscito, quello a cui sono più affezionato, l’ho realizzato nell’ultima stagione di La legge di Lidia Poët che ancora non è uscita! Perché possiate riconoscerlo vi dico che è un costume di tartan Harrys Tweed bianco e nero unito a un tessuto di Bevilacqua che si chiama Gotico, anch’esso bianco e nero ma con dei motivi che danno l’illusione di vedere delle facce che in realtà non ci sono.
©Giorgio Barbato FCP25 STEFANO CIAMMITTI