[riprendiamo qui la seconda parte dell'intervista a Julien Panzarasa. La prima parte è reperibile qui]

Quando sei stato ospite all’Ennesimo Film Festival hai citato ai ragazzi del pubblico anche il finale di “Napoli-New York” come significativo esempio di collaborazione attiva tra montatore e regista. Vuoi raccontarlo anche ai nostri lettori?
Certamente. In quel caso avevamo una sfida che avrebbe deciso – in un finale estremamente favolistico, non realistico – se i due bambini protagonisti sarebbero stati adottati oppure no. La volontà di entrambi è quella di diventare un domani marito e moglie. Loro hanno già superato l'infanzia e l'adolescenza, nonostante l'età sono già grandi e l'idea di vivere come fratello e sorella per loro è impensabile. La sfida a carte è allora la sfida di due piccoli adulti che stanno scrivendo il loro futuro e non se lo fanno scrivere da nessuno, nemmeno dalle persone generose che li hanno aiutati e che intendono adottarli perché vogliono il loro bene.

Ora, il problema è che spesso quando si scrivono o si girano le scene si hanno certe sensazioni che quando vengono assemblate visivamente svaniscono. Questo finale era emozionante ma sentivamo, sia io che Gabriele (Salvatores), che quello che leggevamo ci suscitava determinate sensazioni mentre quando lo vedevamo c'era qualcosa che non tornava, l'emozione era più di testa che di pancia: sapevamo che era un bel finale, sapevamo che i nodi erano venuti al pettine e che il cerchio si era chiuso, però non era soddisfacente come pensavamo che dovesse essere. Allora ci siamo detti che il problema era che la rivelazione del fatto che Carmine volesse sposare Celestina arrivava in un momento non giusto del film, cioè arrivava troppo presto rispetto al finale e passava come un'informazione tra le tante. In realtà è molto importante e avrebbe dovuto risultare molto più emozionante. Allora abbiamo costruito le aspettative della partita non prima ma durante la partita stessa: abbiamo preso il momento in cui il protagonista rivela a Celestina che la vorrà sposare e lo abbiamo semplicemente infilato all'interno della partita. Così, improvvisamente, quella partita emoziona lo spettatore. Abbiamo provato ad incastrare quel pezzetto di scena ovunque, ma funzionava solo se messo un attimo prima della fine del film. Queste sono cose che si possono fare solo se il rapporto tra il regista e il montatore è estremamente potente. Il regista è molto legato a quello che ha girato o scritto e fa fatica a scardinare certe strutture e ricostruirle in un'altra forma perché ha passato magari anni a pensare a quella scena in un determinato modo, mentre il montatore che ha l'occhio vergine la vede e capisce che non funziona, oppure che funzionerebbe meglio cambiando qualcosa. In quel caso ci siamo guardati e ci siamo proprio chiesti insieme quale fosse il problema e insieme abbiamo trovato una soluzione. Questo è possibile solo se il grado di fiducia è altissimo. Io non mi prendo il merito della scelta, mi prendo il merito di aver aiutato Gabriele a comprendere che lì si poteva fare qualcosa in più e quel qualcosa in più è proprio il mio mestiere.

 

Quando si parla di “autori” ci si riferisce sempre ai registi. Secondo te anche un montatore può avere una propria cifra distintiva, uno stile autoriale?
Assolutamente sì. Il punto è che è meno visibile, ma ogni montatore ha una certa cifra, che passa anche dalle scelte musicali. Riconoscere un direttore della fotografia è più facile; riconoscere un montatore è più complicato perché il suo lavoro è “sommerso” e se non si conosce il girato, se non si sa da dove sia partito, è difficile comprendere cosa c’è dietro certe scelte di montaggio. Io riconosco il lavoro di altri montatori italiani semplicemente vedendo un film, anche perché ogni montatore ha i suoi trucchi, utilizza delle accortezze che ritornano nei vari film che monta. Montare un film è molto più personale e soggettivo di quanto sembri. Ad esempio, io che sono estremamente iperattivo e ho una soglia dell'attenzione molto bassa, sono un montatore molto “ritmato”: i film che monto io hanno pochi momenti di pausa, c'è sempre qualcosa che richiama l’attenzione. Io devo montare un film secondo il mio carattere, poi è chiaro che devo entrare nel film e devo fare il bene del film, però in un film che monto io ci saranno sicuramente delle scene mescolate l'una con l'altra, ci saranno sicuramente delle ellissi, ci sarà tanta musica, perché mi piace usarla e a livello sonoro utilizzo tutto ciò che mi viene in mente per riempire il fotogramma. Quindi possiamo dire che la mia cifra è tenere alta l'attenzione in un modo estremamente caotico, “rumoroso” direi. Altri montatori invece sono più contenuti, più compassati. C’è anche, comunque, un fattore relativo all’età: mi auguro che a 55 anni non monterò come monto adesso. Però questo è il percorso di tutte le persone che cambiano nel proprio lavoro.

Vorrei virare un momento sull'aspetto più didattico, sempre nell’ottica di dare suggerimenti concreti e stimoli ai ragazzi delle nostre scuole: come sei arrivato a fare il montatore? Come ti sei appassionato al montaggio, come hai capito che poteva essere un lavoro e quindi cosa hai fatto per realizzare questo progetto?
Mi sono appassionato al montaggio molto presto, verso gli 11-12 anni. Io sono figlio unico, all’epoca vivevamo in campagna quindi spesso e volentieri ero da solo e dovevo inventarmi cose da fare. Un giorno mio padre ha comprato la classica telecamerina da vacanza e mi ha detto: “Vai, riprendi delle cose e poi scegliamo insieme i pezzi che hai girato”. Dopo montavamo in una forma estremamente arcaica, selezionavamo le cose che avevo girato. Da lì il passo ai cortometraggi è stato abbastanza breve e mi sono reso conto che non mi piaceva tanto girarli: mi piaceva la parte successiva. Era il periodo in cui i computer entravano dentro le case: c'erano i primi programmi di montaggio per amatori (Pinnacle Studio, Moviemaker) e anche io a 12-13 anni potevo montare al computer. Io sono dell'88, quindi stiamo parlando della fine anni ’90 – inizio anni Duemila. Tutto questo è rimasto un gioco fino alla fine del liceo: non avevo particolari velleità sulla mia eventuale carriera cinematografica, anzi avendo io una passione per l'architettura mi sono iscritto ad architettura. Poi, come spesso succede quando ci si trasferisce nelle città grandi, ho conosciuto persone che tentavano di fare cinema. Allora mi sono accorto che quell’hobby, quella passione, era qualcosa di più di un semplice passatempo e ho iniziato a crederci: ho abbandonato l'architettura, mi sono iscritto al Dams, poi ho tentato di entrare al Centro Sperimentale, mi hanno preso e da lì è stato abbastanza semplice, perché la scuola di cinema è una bellissima piazza per trovare lavoro. Già dopo il primo anno lavoravo. Ho fatto l'assistente del montatore di Salvatores, poi alcuni miei amici del Centro sono riusciti a girare il loro primo film e io l’ho montato. Da lì è andato tutto in crescendo. È una storia relativamente semplice. Tutto è cominciato perché ero figlio unico in campagna e mi annoiavo abbastanza. Si torna al discorso di prima: la noia di quegli anni è il motivo per cui sono diventato un montatore estremamente ritmato, che non deve mai annoiare. I montatori devono accettare la propria personalità e la devono indirizzare, canalizzare per il bene del film. Il carattere conta molto, anche in un mestiere che sembra più tecnico che artistico.

Quali consigli daresti a dei ragazzi che si sono appassionati al montaggio e vorrebbero fare i montatori a livello professionale?
Dipende dall’età dei miei interlocutori. Nel mio caso l'idea che potesse diventare un lavoro è arrivata molto tardi. Direi che nell’età delle scuole medie l'unica cosa da fare è riempirsi completamente la giornata di quello, passare il tempo a girare cortometraggi, a girare qualunque cosa possibile, tentare, tentare, fare prove, divertirsi. Non credo che cose di questo tipo vadano pensate come un lavoro. Poi se un ragazzo o una ragazza sa che quella passione se la vuole portare avanti per tutta la vita, ben venga. Però intanto, più che pensare a farlo diventare un lavoro, si deve pensare a fare in modo che sia la cosa più divertente al mondo. Poi piano piano diventerà eventualmente anche una cosa serissima. Perché all'inizio può succedere che si girino dei cortometraggi e nessuno capisce perché tu sia così serio mentre gli altri non lo sono, ma quello è proprio il punto delle passioni. La differenza è l'intensità con cui uno vive un eventuale divertimento rispetto a chi crede che quel divertimento non sia soltanto tale, ma proprio un percorso di vita. Sicuramente la città dove si vive influisce ma sono comunque convinto che in qualche modo sarei arrivato allo stesso risultato anche se non fossi cresciuto vicino a Roma, magari avrei faticato di più, avrei dovuto fare più lavori. Tuttavia, oggi il cinema si è particolarmente diversificato ed è pieno di produzioni che si trovano in tutta l'Italia. Credo che sia più accessibile. Fare cinema non è mai facile ma mi sembra che oggi ci siano molte più opportunità. L’importante è anche accettare il fatto che non si può iniziare subito con un grande film o sui grandi set: io ho iniziato con delle cose inenarrabili, terribili, terrificanti! Poi a un certo punto, incredibilmente, dall'oggi al domani, da che eri lì a fare dei video per i matrimoni e delle piccole pubblicità per la carta igienica, ti ritrovi improvvisamente dentro un set. È questo l’aspetto affascinante del cinema: il tempo, i legami che si creano, gli incastri. Se sei bravo qualcosa arriva, indipendentemente (e qui vorrei sfatare questo mito) dal nepotismo o dall’essere di famiglia attiva nel settore. Il bello del cinema è che lo si può raggiungere per mille vie: c'è chi ci è arrivato passando per la pubblicità a Milano, chi con le piccole produzioni regionali, chi facendo videoclip…

Quindi il percorso accademico secondo te non è fondamentale? Conta di più fare le cose, entrare negli ambienti giusti, sperimentare?
Esatto. Non posso negare che frequentare il Centro Sperimentale mi abbia aiutato, ma perché il Centro è un polo attrattivo e quindi viverlo con la giusta attitudine ti dà una piccola marcia in più. Lì gravitano persone che lavorano nel mondo del cinema ed è più facile incontrarle e chiedere loro se c'è qualcosa da fare. Però non tutti quelli che fanno cinema sono passati per il centro sperimentale e non bisogna credere che chi si è diplomato lì sia più bravo degli altri, anzi: il cinema è molto bello perché è meritocratico: entrare nel mondo del cinema non è complicato, rimanerci è un altro discorso e qui si vedono le capacità di ognuno.