Il ritorno della protesta e l'analisi di Petri

Protesta: espressione, manifestazione, dichiarazione energica e ferma della propria opposizione o disapprovazione [Enciclopedia Treccani].

La parola protesta suonava arcaica fino a pochi anni fa, quando l'opinione comune definiva gli italiani come "mal disposti alla pubblica contestazione". Si leggeva sovente in editoriali rinomati che l’Italia avesse "perso la capacità di indignarsi". Oggi, la situazione è ribaltata. Le manifestazioni in sostegno del popolo palestinese hanno visto milioni di persone scendere in piazza per rimarcare dissenso verso quello che l'Independent International Commission of Inquiry on the Occupied Palestinian Territory ha definito «genocidio». Dai cortei ambientalisti dei Fridays for Future alle mobilitazioni contro i provvedimenti del Governo, la «scintilla della ribellione» — citando Star Wars — si è riaccesa con forza. Addirittura, Amnesty International Italia ha promosso campagne dai titoli evocativi quali “Proteggo la protesta” per difendere il diritto di manifestare pacificamente.

In questo contesto di crescente insoddisfazione popolare, l'arte cinematografica è il luogo ideale per analizzare le radici storiche di questi sollevamenti. Partiamo da una sottocategoria semantica cruciale: lo sciopero. Per comprendere a fondo questo fenomeno, ci concentriamo su un film che è un vero e proprio monumento: “La Classe Operaia va in Paradiso” (1971). L'opera di Elio Petri non si limita a raccontare la protesta operaia, ma ne evidenzia la parabola malinconica, seguendo l'evoluzione personale e psicologica del protagonista che incarna la crisi dell'ideale rivoluzionario. Il protagonista, Lulù Massa (interpretato da un immenso Gian Maria Volontè), è un operaio stakanovista ossessionato dalla produttività. La sua dedizione al lavoro a cottimo lo rende utile ai capi ma inviso ai colleghi, in una vita personale fatta di rituali e isolamento.

Nei primi segmenti, Petri costruisce lunghe sequenze in fabbrica con un montaggio ossessivo che replica il ritmo della catena. Le inquadrature sui gesti ripetuti e il rumore dei macchinari trasformano Lulù in un ingranaggio umano, enfatizzando l'alienazione. Vengono costantemente mostrati gli effetti fisici del lavoro (intossicazioni, malattie dei colleghi) per marcare la distanza fra la retorica dei capi e la dura realtà operaia. Il punto di svolta narrativo è un incidente sul lavoro, quando Lulù perde un dito. Un fatto che segna la rottura della sua illusione di controllo. La perdita fisica si traduce in una frattura psicologica: l’operaio comincia a interrogarsi sul senso di ciò che ha fatto per anni e percepisce di essere stato un mero strumento.

 

Entrando in contatto con correnti operaie più radicali, arriva a reclamare una fiammante coscienza di classe attraverso la protesta operaia. Dopo il licenziamento di Lulù, i sindacati ottengono la sua reintegrazione nel precedente impiego. Eppure, questa vittoria è parziale: l'operaio è di nuovo in catena e la sua rivoluzione personale sembra tradita, riassorbito dalla macchina produttiva. L'epilogo, di natura quasi verghiana, è interrotto da un attimo di follia messianica, in cui Lulù parla di una «parete da abbattere» oltre cui si trova il paradiso. La chiusa drammatica dell’opera di Petri è un tacito messaggio: gli intenti rivoluzionari di Lulù si scontreranno sempre con le imposizioni del sistema. Un'eccellente interpretazione della protesta e del fallimento della ribellione.

 

I giovani (e non solo) che hanno riempito le strade italiane negli scorsi mesi hanno rielaborato le pratiche de “La classe operaia va in paradiso” e il pensiero di Petri. La protesta è stata attualizzata, poiché diversi sono il contesto e il fine ultimo. Lulù lottava per un avvenire migliore per sé e i suoi compagni di fabbrica; i cortei odierni, tra le più significative proteste degli ultimi anni, sono un atto di solidarietà internazionale. Non un interesse personale, non per i loro vicini di casa, nemmeno per la Nazione a cui appartengono, ma per persone che vivono dall’altra parte del pianeta, per l’umanità tutta. Il Cinema, nei prossimi decenni, non potrà che giovare della spinta ribelle delle giovani generazioni. Ricordiamolo: la settima arte è una forma d’espressione autentica, che saprà traslare questi nuovi sentimenti comuni nell’audiovisivo.