Riscrivere l’attivismo con la forza delle immagini

Il contributo femminile alla scienza e all'attivismo ambientale è inestimabile. Facciamo un gioco: se vi chiediamo di pensare al più conosciuto attivista per l’ambiente del XXI secolo, a chi pensate? Scommettiamo che nella vostra mente è arrivata l’immagine della giovanissima Greta Thunberg? Ma quante pioniere come lei sono state dimenticate? Ammettiamolo, le storie delle scienziate restano spesso sottorappresentate. È qui che il Cinema e la Narrazione Visiva possono intervenire con forza, trasformando le biografie in modelli accessibili a tutti. In questo articolo, in onore della recente scomparsa di Jane Goodall, ripercorriamo la sua storia e quella di altre colleghe la cui eredità è stata cruciale per l'evoluzione del racconto audiovisivo e dell'attivismo.

 

 

Partiamo da principio: se parliamo di donne e scienza l'icona fondativa può essere considerata, senza alcun dubbio, Marie Curie. Doppio Premio Nobel e pioniera assoluta della radioattività, la sua vicenda incarna la discriminazione storica. Nel 1903, il Premio Nobel per la Fisica le fu conferito solo grazie all'insistenza del marito, Pierre, che si rifiutò di accettare il riconoscimento senza di lei. Nonostante l'eccellenza scientifica che la portò al secondo Nobel in solitaria nel 1911, la sua figura è rimasta spesso confinata alla sfera accademica e al modello del martirio intellettuale. Solo di recente infatti sono stati prodotti dei film che raccontano la sua storia: Radioactive, 2019 e Marie Curie: The Courage of Knowledge, 2016.  A differenza delle sue successive eredi, l'impatto della sua storia non è stato amplificato dai media come leva per l'attivismo sociale. Il suo esempio, però, pone la base per capire quanto è stato necessario evolvere il legame tra scienza, immagine e attivismo.

 

 

   

Scomparsa l'1 ottobre di quest’anno all'età di 91 anni, Jane Goodall ha trasformato l'osservazione scientifica in un atto di pura empatia. La sua decisione di nominare gli scimpanzé invece di catalogarli con codici alfanumerici (come fece con David Greybeard) fu un atto rivoluzionario che il mondo accademico inizialmente respinse, ma che la narrazione cinematografica ha subito abbracciato. La sua figura è talmente imponente che è diventata un simbolo pop: grandi marchi (Mattel, Lego), episodi dei Simpson e, soprattutto, raccontata da numerosi documentari come "Jane" (2017) e "Jane: The Hope" (2020). La sua presenza costante nei media dimostra come il successo di una scienziata e attivista sia oggi inseparabile dalla sua capacità di essere raccontata e tradotta in immagini accessibili al grande pubblico.

   

Mentre Goodall ha usato l'empatia per riscrivere la scienza, la storia di un'altra primatologa, Dian Fossey, è l'esempio più drammatico del potere del cinema nel cristallizzare un'eredità. Primatologa che documentò i gorilla del Congo, Fossey portò l'attivismo a un livello radicale, fino al suo tragico omicidio per mano dei bracconieri. La sua vita fu immediatamente trasformata in cinema mainstream con il film Gorilla nella nebbia (interpretato da Sigourney Weaver). Questa trasposizione hollywoodiana, pur romanzata, garantisce un impatto globale al suo lavoro e al dramma dei gorilla, dimostrando come la struttura narrativa del dramma (il sacrificio dell'eroe) possa essere una potentissima leva per la conservazione ambientale.

 

Esiste però un'altra eroina scientifica la cui vita non ha goduto della stessa risonanza mediatica: Joan Procter, la Dottoressa dei Draghi. Zoologa di fine '800, ha dedicato la vita all'erpetologia, distinguendosi come prima curatrice dell’area rettili nello Zoo di Londra, e portando alla luce la conoscenza dei draghi di Komodo.  Il suo caso evidenzia il problema della sottorappresentazione femminile nella storia della scienza.

A proposito di Joan Procter ci piace ricordare qui uno corsi di narrazione visiva promosso da Ennesimo Academy grazie ai progetti nelle scuole. Grazie alla collaborazione con Non da Sola e CEAS e guidati dall’illustratrice Daniela Berti, Ennesimo Academy ha realizzato un laboratorio di fumetto, trasformando la storia della scienziata Joan Procter in una fanzine realizzata dagli studenti dell’IC Spallanzani e Boiardo di Scandiano. I partecipanti al progetto infatti, hanno potuto ragionare in modo critico sulla sottorappresentazione femminile, dando forma visiva e creativa a concetti altrimenti astratti e concludendo il percorso in un'azione critica.

Le storie di Goodall, Fossey e Procter non sono semplici biografie; sono la prova che l'impatto sociale di una scienziata dipende oggi in modo cruciale da quanto e come la sua storia viene narrata. Di fronte al dato che solo il 38% dei laureati STEM è donna, raccontare queste figure non si tratta solo di celebrazione, ma di un atto militante di rappresentazione. Utilizzando gli strumenti dell'audiovisivo e della creatività, possiamo correggere una disparità storica e fornire alle scienziate del domani i modelli visivi che per troppo tempo sono mancati.