Una tragedia, due punti di vista
Il Cinema di denuncia sociale all’interno del conflitto israelo-palestinese
Fin da Furore di John Ford, La sfida di Francesco Rosi o Accattone di Pier Paolo Pasolini, la settima arte ha messo da parte gli intenti documentaristici con cui è sorta per lasciare spazio alla denuncia sociale. Da finestra attraverso la quale osservare la realtà, spesso esente da giudizio critico, l’inquadratura è diventata cassa di risonanza delle ingiustizie, dei soprusi, delle prevaricazioni. E se le grida d’aiuto oggi sono quotidiane tra reel e TikTok (comunque mediante l’audiovisivo), l’arte cinematografica riesce ancora a simboleggiare una tagliente lama di contestazione civile.
Negli ultimi due anni, a partire da una precisa data autunnale, il conflitto israelo-palestinese s’è trasformato in argomento di pubblico dibattito: caterve di commenti dati da opinionisti nati dalla parte opposta del mappamondo ma, anche, prodotti di denuncia sociale germogliati in loco. La guerra è sovente ridotta a numeri e dati. Il linguaggio cinematografico trasforma questi numeri in nomi e cognomi, assumono i contorni di persone in carne ed ossa.
La voce di Hind Rajab è un film scritto e diretto da Kawthar ibn Haniyya, regista tunisina, che racconta le ultime ore di Hind Rajab, una bambina palestinese uccisa dall’esercito israeliano assieme a sei familiari e due paramedici della Mezzaluna Rossa nel corso dell’invasione di Israele della Striscia di Gaza. Vincitore del Leone d’argento - Gran premio della giuria a Venezia e prodotto - a riprese finite, ad onor del vero - anche da una cordata di attori hollywoodiani, si tratta di un esperimento cinematografico. La voce che ascoltiamo per un’ora dall’altra parte della cornetta è quella della vera Hind Rajab. È la registrazione telefonica di quel 29 gennaio 2024 tra Hind, intrappolata in macchina dopo lo sterminio della sua famiglia, e il centralino della Mezzaluna Rossa. E le risposte che le vengono date, pure, partono dalle risposte originali: «Concentrati, ma chérie», le viene sussurrato sussurrato.
Gli attori che interpretano Rana, Nisrin, 'Umar e Mahdi al-Jamal - operatori della Mezzaluna - sono, scelta consapevole da parte della regista, palestinesi. «È come nel teatro di Bertolt Brecht, dove l’interprete riflette sulla sua scena, dove gli attori si confrontano sul momento che stanno rappresentando» - spiega la cineasta Kawthar ibn Haniyya in un’intervista per Prime Video. Il film di Kawthar ibn Haniyya non si limita a raccontare un dramma, utilizza piuttosto la forma cinematografica per interrogarsi sull'atto del testimoniare. La scelta di utilizzare l'audio originale come base narrativa non è solo documentaristica, quanto una potente scelta registica di deprivazione visiva che mette al centro un altro grande protagonista del racconto audiovisivo: l’audio. Il suono è protagonista nella sua azione documentaristica: la fedeltà e l'oppressione del sound design (gli spari, il rumore del carro armato, il silenzio rotto dal pianto) sono la tecnica dominante. Il montaggio sonoro agisce come un costante allarme, trasformando il centralino in un bunker emotivo sotto assedio. L’azione è confinata al centralino della Mezzaluna Rossa e la regista massimizza l'impatto emotivo attraverso il visibile che circonda l'invisibile (la bambina). La descrizione di un locale trasparente suggerisce una messa in scena che enfatizza l'impossibilità di nascondere le emozioni. L'uso frequente di primi piani e dettagli sui volti e le mani degli operatori è essenziale. Queste inquadrature isolano le espressioni, rendendo l'angoscia della voce udita la loro unica realtà fisica, un ponte tra l'orecchio e l’occhio dello spettatore. L'assenza di Hind e della situazione esterna è il vero motore della tensione. È il "fuori campo" (ciò che non si vede, ma si sente o si immagina) a caricare il film di terrore. Questo è un richiamo potente all'horror o al thriller psicologico, dove la minaccia implicita è spesso più spaventosa di quella esplicita.
Dall’altro lato, quel fatal giorno: il 7 ottobre 2023. The Children of October 7th è un documentario di Paramount+ nel quale l’attivista e influencer Montana Tucker intervista alcuni bambini (dagli undici ai diciassette anni) sopravvissuti alla strage.
L’opera è un report pragmatico e crudo degli accadimenti di quel giorno: le minuziose descrizioni dei superstiti intrecciate a immagini di repertorio e alle dirette Instagram dei terroristi di Ḥamās. Calci, spari, sangue. Molti dei protagonisti hanno raccontato di essere stati fatti prigionieri, di aver assistito alla morte dei genitori, dei fratelli e delle sorelle, di essersi nascosti sotto i loro cadaveri e di aver visto le proprie case invase dai terroristi. I giovani israeliani sono stati fortemente colpiti dall’attacco di Hamas: dei 1.200 israeliani uccisi, 37 erano appena nati, tra quelli sopravvissuti almeno 100 hanno perso un genitore e più di 35 sono stati rapiti e portati a Gaza; in centinaia sono stati feriti e migliaia sfollati dalle loro case.
Tra i due film ci sono varie differenze, visive e concettuali. Le tecniche di intervista della Tucker, seppur accompagnate da documenti visivi impattanti, falliscono nell'intento di trasmettere empatia. The Children of October 7th adotta la prossimità emotiva e la mediatizzazione social (Montana Tucker è infatti influencer, nel lungometraggio vengono utilizzati video di repertorio da Instagram e da altri social network). Questo stile risulta però meno efficace nel raggiungere il cuore dello spettatore, poiché si basa sulla saturazione visiva: e le testimonianze dirette rischiano l'effetto "troppo vicino" tipico dei reportage televisivi, che sovente innescano un meccanismo di difesa nello spettatore. Restando perennemente a metà fra un racconto social e un’inchiesta giornalistica quando, invece, la forza del film di Kawthar ibn Haniyya sta proprio nell’immedesimazione dello spettatore.
Altro elemento di dissomiglianza è l’impatto visivo. In The Children of October 7th i bambini assomigliano allo standard di moda e di comportamento occidentale, li possiamo sentire simili, vicini. Ne La voce di Hind Rajab, al contrario, non avendo mai visto la fisicità di Hind è il pubblico a immaginarsela, soltanto grazie alla sua voce impaurita. La forza della pellicola La voce di Hind Rajab sta nel dimostrare che il Cinema di denuncia può raggiungere la massima forza non attraverso la riproduzione diretta della violenza, ma attraverso la evocazione cosciente, trasformando una registrazione audio in una potente opera d'arte cinematografica.